Sara Boero

Aprile dovrà ben venire

Vabbeh io non sono un’esperta di processi cognitivi ma penso che sia normale: se una cosa l’hai sentita, ripetuta, letta ecc. centinaia di volte da bambino, non c’è da chiamare un medico se ogni tanto da adulto la tua testa la ripropone a sproposito. Per esempio: sono andata in overdose da “Brisby e il segreto di Nimh”, da piccola, e ancora adesso la frase “sul lato sicuro della roccia!” la ripeto a caso. Attraverso la strada e appena il mio piede tocca il bordo del marciapiede, come un disco rotto, mi sento in testa “sul lato sicuro della roccia!”.

 

Oppure, boh, quando accendo un navigatore satellitare mi sembra strano che una voce roboante non dica “Segui i Palmipedoni!”. E ogni volta che per caso sento parlare di Watt, o potenze delle automobili, o lampade alogene Doc mi urla in testa “1,21 gigowatt? 1,21 gigowatt?? Bontà divina!”.

 

Detto ciò, ci sono anche i refrain stagionali: ad esempio ogni volta che sta finendo marzo io mi dico “aprile dovrà ben venire”. Che è il verso di una poesia studiata a memoria alle medie per una recita sulla resistenza. Mi faceva piangere da pazzi. Non so se sia bella davvero o faccia schifo, la poesia, ma col fatto che mi faceva piangere da pazzi ha continuato a farmi piangere da pazzi per sempre. Così, puntualmente, ogni volta che marzo finisce io piango. Piangete un po’ anche voi, su.

 

Dicevi: – A primavera  

a primavera faremo un gran ballo  

sul prato di fianco alla chiesa,  

aprile dovrà ben venire -.  Aprile è venuto:  

trenta e più primavere passate,  

non ci fu poi quel ballo  

dei partigiani sul prato,  

tu non lo sai.  

Tu non sai tante cose  

da allora.  

Tu ed io seduti ancora  

sopra il muretto  

a picco  

sulla vallata,  

lo sten qui posato tra noi,  

tu dondolando impaziente  

le gambe nel vuoto  

battendo indietro i talloni  

contro il muretto,  

il sole rosso negli occhi  

addosso l’odore di neve  

i verdi anni che hai sempre.  

Ti guardo, caro, ti guardo.  

Tu non sai quante cose da allora,  

ed io non so dirti  

il mio cuore pesante  

il cuore  

che a poco a poco affonda  

come una pietra.  

Forse anche questo è tradire.  

Mi vergogno del cuore che ho adesso.  

Con occhi subito inquieti  

domandi che cosa.  

Io scuoto la testa: no, nulla,  

non è nulla, mio caro.  

Sì, a primavera quel ballo…

 

(Elena Bono)

Aprile dovrà ben venire

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