Sara Boero

La notte che scoprimmo la salsa.

Durante la tranquilla partita di biliardo di giovedì sera, una bionda sexy e losca (che per discrezione qui chiameremo Sara Reggio) si avvicina a me e alla mia socia Francesca e ci fa una proposta indecente per il venerdì. Dovete sapere che questa pericolosa Merilìnn de noatri ormai da anni frequenta niente meno che un corso di balli latino americani, un pianeta oscuro quanto un po’ temibile per chi scrive.

La nostra amica ci propone “una bella serata tra sole donne” (io, lei, la Francesca e un’altra ragazza della compagnia), e parte all’attacco descrivendoci gli esotici paradisi di un locale di corso Italia, che organizza anche “serate danzanti”. Sbatacchia le ciglia sugli occhioni azzurri e innocenti mentre ci spiega come il miele coli dai muri, la gente sia tutta simpatica, il bere buono, il posto bello pure-se-non-balli, i ragazzi garbati e affascinanti e insomma, come questo genere di serata per l’atmosfera di amicizia e calore umano che si respira sia la patria stessa dell’allegria e del buongusto.

Va beh, ça va sans dire che non ce la beviamo proprio tutta, io e la mia socia, e decidiamo di andare fino in fondo alla sporca faccenda. Ecco quanto abbiamo imparato in tre ore di osservazione antropologica. Una prima considerazione estetica: le serate salsa sono la fiera degli uomini con la camicia brutta.

Questo dato balza subito agli occhi, forse a livello inconscio, imprimendosi sulla retina non appena entri in sala. Si va da camice grigie metallizzate, a camicie tipo satin verdoline o color salmone, camicie con motivi improbabili, c’è chi azzarda una camicia optical a cerchi bianchi e neri. La palma d’oro per la peggior combo uomo+camicia va ad un ragazzo sudamericano con un addome gravido e prorompente proprietario di una camicia viola elasticizzata sbottonata fino allo sterno (e che sterno).

C’è gente di tutte le età, ma le ragazze/donne a onor del vero sono carine. Si va dal medio al bello (bello accentuato da make up estremo, vestitini attillati, tacchi e ancheggiamenti più o meno coordinati in pista). Tutte queste donne sono qui per motivi che non riesco a condividere ma posso quantomeno accettare e comprendere: 20% di loro per ballare, 20% per sentirsi dire che sono fighe, 59% per conseguire entrambi gli obbiettivi e il restante 1% per disperazione e carenza di vitamina C.

Sui ragazzi abbiamo una panoramica percentuale un po’ diversa: 1% circa per ballare (sono quelli bravi bravi) 39% per guardare le fanciulle scatenarsi in pista, 60% per cercare di rimediare qualcosa, non importa cosa (pessimo rapporto entrate/uscite, 60% di chi vuol prendere contro 1% di chi vuol dare).

Ma ciò che ci colpisce con la violenza di un pugno allo stomaco è che  quasi nessuno degli uomini presenti in sala soddisfa meno di due di queste caratteristiche: over 40 – calvo – incinto – inferiore al metro e sessanta di altezza. 

Ovvero, per dirla in modo analitico, gli uomini sono solamente: pelati e troppo vecchi, oppure bassi e grassi, oppure bassi e pelati, oppure grassi e vecchi, oppure pelati e grassi e via dicendo.

In tutto questo la mia biondissima amica sguazza ed è felice come una cincia. Gira da una parte all’altra, si scatena in pista e chiacchiera. La guardo senza capire. Ha il coraggio di avvicinarsi e chiedermi: “ma non vieni a ballare?” – “e con chi?”, rispondo con angoscia. Lei mi fa tutta allegra: “basta che ti metti a bordo pista, qualche cavaliere sicuramente ti invita!”. Le rispondo che lo trovo anti igienico, ma non mi sente.

Io e la socia ci appostiamo al tavolo a bere e fare osservazioni scientifiche, bene intenzionate a non muovere un passo in direzione del temuto bordo pista. Siamo in una posizione invisibile e defilata, al riparo dal marpione. Oddio, non da tutti i marpioni/ballerini di buona volontà. Un ragazzo (appartenente alla categoria delle camicie grigio metallizzate) si avvicina e mi invita per una baciata prendendomi la mano. Io tuffo gli occhi nel mio Cuba Libre e rispondo: “no, grazie, devo bere”. Intendevo: “dovrei bere molto di più di così per venire veramente a ballare con te”. Ma lui crede sia una scusa del tipo “non posso muovermi perché ho il cocktail” e insiste. Dopo il secondo minuto lo fisso con rabbia e ripeto: “non hai capito: IO DEVO BERE”. Non so cosa abbia pensato, francamente, ma me ne libero inguaiando la Francesca, che viene invitata a sua volta ma non ha la forza bruta necessaria a rifiutare e viene trascinata in pista per il pezzo successivo.

La mia socia torna al tavolo con sguardo stranito.

La bionda continua a sguazzarci e sprizzare gioia di vivere. Non è che volesse fregarci, per lei questo tuffo nei primi anni ’90 è bello veramente. Mi insegna qualche passo di salsa accanto al bar. Torno a sedermi.

Alle due e venti riusciamo ad andarcene. Francesca ha negli occhi il terrore di una vittima di stupro di massa. Mi chiede con una punta di invidia: “tu non hai ballato neanche una volta, eh? Beh, io una sì dai. Ho la coscienza a posto”. “Io invece ho la dignità intatta”, rispondo. 

A volte certi contesti mi rendono molto nervosa.

La notte che scoprimmo la salsa.

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