Sara Boero

Quello che avreste sempre voluto sapere su questa edizione del Festival e non avete mai osato chiedere.

Ne vengo da una di quelle settimane che non si scordano facilmente.

Avrete visto al tg passerelle vuote, premiere disertate, pubbliche manifestazioni di idiosincrasia attoriale e disturbi di personalità collettivi. Ma niente di quello che avete visto è sufficiente se non c’eravate. Posate quella lametta. Ve lo racconto io.

 

 Prima di farlo ringrazio qualche centinaio di persone che per un motivo o per l’altro hanno reso questo Festival ancora più degno di essere vissuto. Le mie amiche: Francesca, Susi, Denise, Erika, Rita, Viviana e Ambra, Martina, Pam e Barbara. Paolo per il limoncello. Agnese per la simpatia. Alluvionedel72 per gli aneddoti. Il milite ignoto per aver risollevato la mia autostima con un commento sagace in un momento duro. E va beh, un altro paio di persone, ma dopo si vedrà.

4 settembre

Io e le mie sei coinquiline (sei, sì) ci sistemiamo nel nostro nido d’amore, un appartamento sui tetti di zona San Toma’ con futili e decorativi orpelli IKEA per cui Susi perde subito il cuore. Le padovane ci raccontano la premiere di Machete, che noi foreste ci siamo perse, indugiando sui dettagli importanti: le mutande arancioni fluo intraviste su Danny Trejo di ritorno dai cessi, l’imponenza maschia di Robert Rodriguez e l’impossibilità fisica di appendersi alle budella di un uomo morto penzolando da un parapetto.

 

Ci illustrano anche le differenze logistiche fondamentali rispetto agli anni passati: la zona sfiga (biglietterie, negozi, tavola calda) invece che amabilmente diffusa in giro per il Lido è stata relegata in una specie di ghetto-cantiere, lo spaventoso Movie Village.

Cose che puoi trovare al Movie Village: cessi chimici in abbondanza, posti a sedere, camerieri marpioni, stand della lavanda (?), inquietanti presenze larvali di appassionati di cinema.

Cose che NON troverai mai al Movie Village: cestini dell’immondizia, motivi di ingannare il tempo, registi e attori (tranne forse Vincent Gallo mascherato da coniglio, ma quello era ovunque come il sughero in un bar dopo che piove).

5 settembre

Si sceglie un film a caso, tanto per rompere il ghiaccio. La fortunata pellicola è Meek’s Cutoff, di Vattelapesca, con Michelle Williams (indicata nelle didascalie delle riviste di settore come “ex di Heath Ledger”, come siamo caduti in basso, eh?).

In sala vediamo per la prima volta Mr President della giuria, nonché buffone ufficiale del Festival, l’adorato Quentin Tarantino. Ci facciamo quasi uscire il sangue dal naso per l’emozione. Qualcuno ci informa che indossa la stessa camicia a scacchi blu da tre giorni, ma questo non trattiene i nostri piccoli cuori nerd e cinefili dal battere forte forte forte.

Restiamo affascinate dal film, lento ma bello, girato bene, coinvolgente. Fino agli ultimi dieci minuti, quando ci rendiamo conto che la trama verrà sospesa esattamente a metà, senza proporre uno straccio di conclusione. All’apparire dei titoli di coda sono profondamente convinta di essermi persa qualche pezzo. Poi guardo in faccia le mie amiche e capisco che è la regista ad aver fatto uso di tanta cannabis in sala montaggio.

Scrolliamo le spalle e usciamo dalla galleria. Sulle scale sbattiamo contro a Tarantino Corridore. Ci trasformiamo immediatamente in quattro statue di sale, capaci solo di sanguinare dal naso, appunto. Lui ci guarda chiedendosi se vogliamo un autografo tipo, poi conclude che stiamo giocando a un due tre stella e riprende la sua rapida ascesa verso… verso non si è mai capito. Tarantino corre sul tetto del palazzo del cinema dopo le proiezioni. Davvero. Sempre. Verso metà settimana cominciamo ad avere il sospetto che conservi un deltaplano lassù. Altra costante del Tarantino è che corre sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte, manco fosse Forrest Gump. Ed è veloce, il vecchio.

Nota bene: non è il solo giurato con disturbi cinetici. Danny Elfman trascorre metà del suo tempo in sala girando su sé stesso.

Si torna a casa, galleggiando sul legno marcio e sui tetti di Venezia.

6 settembre

Una signora inglese con un sorriso di una gentilezza assurda da serial killer mi ferma al Lido chiedendo se può farmi una foto ricordo perché ho una lovely face.

Io e Francesca ci infiliamo a vedere il documentario di Casey Affleck sull’anno barbone-rap di Joaquin Phoenix, che tra parentesi fa morire dal ridere, guardatelo. In sala viene annunciato solo il regista e noi fanciulle, sedute sulla piccionaia della galleria in penultima fila, ci scambiamo uno sguardo triste. Phoenix piace a entrambe e il bastardo ci ha dato buca.

Mentre scorrono sullo schermo immagini grottesche di lui panzone che sbraggia a destra e a manca “ti cago in testa”, io per caso intravedo movimento alle mie spalle e mi giro. Nella fila dietro, a esattamente due posti alla mia sinistra, Joaquin Phoenix sbarbato e profumato se la ride di gusto. Penso a un’allucinazione visiva, come prima ipotesi. Però no. Il Celebre Naso è quello. La Celebre Cicatrice è quella. E anche il Sacro Sguardo degli occhioni blu faretto è proprio quello. In una specie di trance surreale sussurro alla mia socia Francesca “c’è Joaquin Phoenix nella fila dietro”. Lei si mette a ridere. “No, no, C’E’ veramente Joaquin Phonenix nella fila dietro”. Si convince a girarsi, poi si volta verso di me, e assorbita dalla catatonia risponde “già”.

Passiamo il resto del film a dividere le nostre attenzioni tra lo schermo e quella celestiale visione dietro di noi, mentre i nostri ovuli sbigottiti sentitamente ringraziano. Gioacchino se la ride per tutta la proiezione, imbarazzato dalle sue gesta trash, che includono anche una pubblica esibizione delle pudenda. Un momento che mi perdo, assorbita dalla contemplazione dei già citati occhioni, mentre la mia socia mi da di gomito disperatamente segnalando “guarda, pene, pene!”.

L’infame striscia via cinque minuti prima dell’accensione delle luci, impedendoci così qualsiasi iniziativa. La cosa bella è che nessuno se ne è accorto. Per tutti quanti, Joaquin Phoenix ha tirato pacco. Noi sappiamo che c’era, che è vivo, e che sta pure tanto bene.

Questo aneddoto comunque da già un’idea della follia dilagante tra gli ospiti del Festival, e degli immotivati gesti di presenza/assenza/camuffamento/travestitismo nei casi più estremi compiuti più o meno da tutti i sociopatici invitati. It’s compli-fucking-cated, cit.

 

 La sera sempre io e la mia socia scegliamo Vallanzasca, che non è in concorso ma è un bel film a parere di chi scrive. Tra l’altro è al Palabiennale invece che in Sala Grande, una manna: la Sala Grande ha un’acustica fantastica ma c’è troppa luce. Le scene buie di ogni film si riducono a un’accozzaglia di ombre grigie indistinte. Ai titoli di coda mi rendo conto che il protagonista era Kim Rossi Stuart e che inspiegabilmente non l’ho riconosciuto. Mi giustifico con un goffo: “beh, dai tempi di Fantaghirò è cambiato parecchio”.

Io e Francesca decidiamo di restare anche per il famigerato film a sorpresa. Bello scherzo, il film a sorpresa. Un pippotto cinese di due ore circa sulle vicende di un gruppo di prigionieri ai lavori forzati nel deserto. Titolo “La fossa”.

Resistiamo circa quaranta minuti ridendo come delle pazze sin dai titoli di testa. Alla comparsa dell’ideogramma cinese del titolo dalla platea si leva infatti un “nooooo” corale e assolutamente cinematografico: Muller aveva promesso “niente film a sorpresa asiatico!”. Muller mente.

Noi siamo lì solo e unicamente per osservare le fiumane di gente che a intervalli più o meno regolari abbandonano la sala bestemmiando. Sistematico. Un cinese affamato scava. Dieci persone si alzano. Un altro cinese stramazza al suolo. Altre dieci persone. Un cinese si fa un brodo di topo. Via altri venti. Lo stesso cinese vomita: fuggi fuggi generale come sul ponte del Titanic. Quando ce ne andiamo noi, fino in fondo alla strada riecheggiano i pianti in cinese dei cinesi, mentre altri spettatori si riversano nel parcheggio urlando. I sopravvissuti, infine, escono dal cinema a mazzi costernati, chi esprimendo tutto il proprio raccapriccio, chi cercando di salvare l’insalvabile con frasi di circostanza come “beh, è un’altra cultura, un altro modo di fare cinema…”.

7 settembre

Noi sette ci facciamo una signora pasta in casa, del cui sugo sono l’orgogliosa autrice, e poi in quattro prendiamo il traghetto per correre entusiaste alla proiezione del film da regista di Vincent Gallo. Siamo curiose e speranzose, chissà poi su quali basi, che si tratti di una figata.

Il regista non viene annunciato in sala. Questo è un cattivo presagio. Tarantino si è cambiato finalmente la camicia, al giorno sesto. Questa invece è un’ottima cosa per i suoi vicini di posto. Danny Elfman gira su sé stesso e sorride cortese.

I titoli di testa rendono tutto inequivocabilmente drammatico. Ecco più o meno quanto si legge: un film di Vincent Gallo. Vincent Gallo Production. Starring Vincent Gallo. Musiche di Vincent Gallo. Sceneggiatura di Vincent Gallo. Da un soggetto originale di Vincent Gallo.

Nella prima scena Vincent Gallo, rigorosamente in bianco e nero, gira per la casa, in silenzio, indeciso se uscire o meno, accendendo una sigaretta dopo l’altra e guardandosi allo specchio.

Per dodici minuti circa.

Nella scena successiva, Vincent Gallo parla con una ragazza inquadrata di spalle e ripete diciamo 15-16 volte, in ordine sparso, le battute: “ho chiamato Colette” – “Mi ha detto che va in Tailandia” – “Con un uomo di 55 anni” – “Ma sono sempre io il suo preferito, dice”. Alla ventesima volta la Tailandia diventa Taiwan. Virtuosismi?

Non vi racconto il resto ma vi siete fatti un’idea. Vincent Gallo fotografa qualche cadavere, e poi filma una vagina (viva). Vincent Gallo si aggira per un cimitero. Vincent Gallo si dichiara a una biondina e esce a cena con una biondona. Il tutto senza soluzione di continuità. Il fil-rouge sono lunghi primi piani di Vincent Gallo.

Usciamo basite mentre Tarantino si smaterializza sotto ai nostri occhi. Un attimo prima è in piedi in platea, la mascella rigida segnale di tensione nervosa, un attimo dopo è sparito. Temiamo sia andato a cercare una cura medievale per il culo di Vincent Gallo. Noi rilasciamo a qualche TV un’intervista definendo Vincent Gallo un borioso incapace o qualcosa del genere.

Il bello è che da quel momento in poi Vincent Gallo diventa lo zimbello del Lido intero. Si incrocia di continuo gente che si da di gomito urlando “bello eh il film di Vincent Gallo?”, e la bacheca “Ridateci i soldi” è piena di insulti alla sua persona. La migliore affissione: “Vincent Gallo ringrazia in ordine sparso: Vincent Gallo, Vincent Gallo, Vincent Gallo, Vincent Gallo, Vincent Gallo”. Nel frattempo lui si aggira per il Lido camuffato di quando in quando in un passamontagna, sfuggendo ai paparazzi e cercando di rifarsi sulla simpatia dei fan. Martina, Barbara e Ambra lo fermano e lui confessa loro: “siete le uniche ad apprezzarmi, grazie”. Il mio cuore comincia a diventare piccolo piccolo.

Da allora e per tutto il Festival il mio tormentone personale diventa “devo parlare con Vincent”.

8 settembre

Io e le ragazze andiamo oltre la visione orribile del nostro vicino di casa in mutande alla finestra di fronte e passiamo la giornata a Venezia, sbavando sulla vetrina di un negozio di merchandising della Apple Records. Mi piace l’indifferenza con cui accettiamo il fatto che quest’anno NON andremo a vedere il Rialto, San Marco, ecc. Anche basta.

Ci infiliamo sulla blindatissima (…) terrazza dell’Excelsior e lì recupero qualche foto con Pietro Sermonti, per la gloria di tutti i fan di Boris.

A mezzanotte e un quarto andiamo a vedere Zebraman 1, un film di Miike di qualche anno fa che io non avevo mai visto. Tra l’altro, io avevo visto solo film del Miike-sadico (Ichy, Audition, Gozu, ecc) e non ero affatto pronta ai Power Ranger versione demenziale. Quell’uomo è un genio. È un signore giapponese estremamente cortese, che si presenta persino alle proiezioni sgrause per il pubblico. Vado a chiedergli un autografo per mio fratello, lui mi guarda impassibile, firma il taccuino, gli dico grazie, mi guarda impassibile senza fare un cenno, me ne vado chiedendomi quale regola giapponese di buona educazione ho infranto.

La proiezione è la bolgia. Tutte le proiezioni più tardi di mezzanotte lo sono. Urla in sala, rumori di giungla, ole e applausi che partono a caso. Verso la fine un tizio alza il pugno e urla ZEBRAMAN. Il giorno dopo al Lido non si parla d’altro che della scena di trasformazione in zebra alata.

9 settembre

Oggi è vera bolgia. Abbiamo due film di Miike di fila la sera, 13 Assassins in concorso e Zebraman 2 a seguire. Il caro Mr President è seduto due file dietro di noi e ci saluta sedendosi. Io e le mie amiche ci guardiamo stile Commando e decidiamo senza parlare: alla fine del film si insegue Tarantino. Anche sul tetto se necessario.

Miike è in galleria, accerchiato da tre file intere di cast giapponese: che eleganza, in un Festival che passerà alla storia per l’assenteismo. Il trend del momento sembra essere “vieni in sala, ma non dirlo a nessuno”.

Il film è una goduria pazzesca. Nella nostra testa, Mr President si sta facendo la pipì addosso dall’emozione. È una storia di samurai molto classica ma anche ironica, con una lunghissima sequenza finale di battaglia che farebbe schizzare la pressione a qualsiasi appassionato di cinema.

Si accendono le luci in sala e io e le mie socie assistiamo basite all’ennesima sparizione-lampo di Tarantino. Non ci facciamo scoraggiare, corriamo fuori dalla sala e vediamo il suo capoccione sparire oltre le transenne. Ci guardiamo come a decidere se sia il caso di correre. Decidiamo che è il caso di correre.

Chi era presente in quel tratto di strada tra l’uscita della Sala Grande e l’Excelsior potrà dire di aver visto uno spettacolo incredibile. Quattro ragazze carine in minigonna e tacchi alti, vestite e truccate da premiere, che corrono dietro a… Quentin Tarantino. Non sono cose che si vedono tutti i giorni.

Lui si ferma, abbraccia Denise, ci saluta col suo sorrisone da maniaco, ma va troppo di fretta per fare due chiacchiere. Un militare raffinato commenta “che finocchio!”.

Torniamo bigie bigie a vedere Zebraman 2, il velo di amarezza ovviamente passa all’ingresso di Miike in sala con una maschera di Zebraman. Viene accolto da un’ovazione. Arriva al suo posto, si leva la maschera. Sotto è impassibile. Gli urlo “bravo!”, lui si volta e fa un mezzo inchino impassibile.

Il film va oltre qualsiasi immaginazione, ma non voglio raccontarvi nulla.

10 settembre

Ci è rimasto un solo biglietto, per Road to Nowhere alle cinque, e nel resto della giornata non abbiamo assolutamente niente da fare. Così io e le ragazze decidiamo di sederci vicino all’Excelsior a chiacchierare e aspettare che zio Quentin esca per salutarlo.

Vincent Gallo entra e esce un paio di volte, con il suo piccolo passamontagna. Sin dal primo sguardo, decido che la mia ferrea volontà di richiedergli i 15 euro si è trasformata in compassione. Il cuore stretto giunge al suo apice dietro al palazzo del cinema: io e le ragazze stiamo improvvisando gag come “Vincent Gallo ha stretto amicizia con Vincent Gallo, a Vincent Gallo piace questo elemento, a Vincent Gallo piace Vincent Gallo” quando all’improvviso ci passa accanto a capo chino Vicent Gallo. Senso di colpa totale.

Comunque vediamo questo benedetto film, Shannyn Sossamon è bellissima, la pellicola è urenda.

All’uscita ci piantoniamo di nuovo davanti all’Excelsior perché Tarantino in sala non c’era: i giurati sembrano spariti nel nulla, nonostante i film della serata siano tutti in concorso.

Chiediamo di Danny Elfman alla reception spacciandoci per una fantomatica Associazione Morricone, ma ci confermano che non è in stanza.

Dopo un paio d’ore di attesa oziosa, diamo un’occhiata a Getty Images per capire se siano stati fotografati da qualche altra parte nel corso della giornata. Vediamo solo alcune foto di Tarantino la mattina, che prende un traghetto dall’imbarcadero dell’Excelsior, sotto di noi.

La sua “mise” è agghiacciante, il suo ghigno anche. Quanto gli vogliamo bene. Susi brandisce l’Iphone e scandisce con calma: “ragazze, ci rendiamo conto che siamo qui da ore per vedere uno con questa faccia?”.

Nemmeno cinque minuti dopo la nostra presa di coscienza, Tarantino appare nell’atrio dell’Excelsior, arrivato chissà da dove, forse in deltaplano. È l’ultimo giorno. Fanculo la discrezione. Ci lanciamo su di lui, una piccola e compatta falange oplitica, e ce lo abbracciamo e fotografiamo a piacimento, che tanto lui è contento. Ciao zio Quentin! È stato un piacere vederti spuntare qua e là per dieci giorni, te e il tuo ghigno e la tua camicia a scacchi e il tuo alito cipollato. Mi manca non incrociarti al bar sotto casa mia.

 

Quando Quarantino se ne va, lasciando Denise in una valle di lacrime, io dico: “beh ragazze, il Festival è finito. Avrebbe potuto essere più perfetto di così solo se fossi riuscita a dire due parole a Vincent Gallo”.

In quel momento esce dall’Excelsior Vincent Gallo.

Martina Ambra e Barbara lo inseguono per salutarlo. Io cammino dietro di loro. Molto lentamente. Nella mia testa, la colonna sonora di un triello di Leone. Mi fermo davanti a lui e mi presento, piacere Sara, il tutto con molta calma. Si mette a chiedermi a caso se ho visto il film della Sossamon, perché lei è una sua amica. Ci metto dieci minuti a prendergli la parola e far calare il silenzio con la frase “I saw your movie”. Quello che segue non si può raccontare. Vi serve sapere solo che dieci minuti dopo Vincent Gallo stava commentando sovrappensiero “in effetti, non so cosa avevo in testa quando l’ho scritto”. Chiamatemi per i vostri lavaggi del cervello.

Comunque, quando ci salutiamo in realtà gli voglio bene. Vincent Gallo non ci fa, ci è proprio. Mi ha detto che i critici sono cattivi e dicono cose orribili su di lui ogni volta che viene al Festival. Me lo ha detto con gli occhi in fuori e pure lucidi. Mi ha fatto una tenerezza spaventosa. Ho avviato le pratiche per l’adozione. Forse anche lui in realtà è solo un buon lavatore di cervelli.

 
A quel punto lo salutiamo, e mentre ce ne andiamo lungo il palazzo del cinema, io provo l’ultima carta visto che la prima ha funzionato. Ripeto ad alta voce: “beh ragazze, il Festival è finito. Avrebbe potuto essere più perfetto di così solo se fossi riuscita a limonare con Joaquin Phoenix”.

Questa volta però non funziona.

Un cameriere che ci prova con convinzione commovente da tutta la settimana al Movie Village ci regala una bottiglia di crema di limoncello. Quella bottiglia cessa di esistere nel corso della serata, e a noi ragazze viene quasi la lacrimuccia. Non per la bottiglia, perché domani si rientra.

Questa era solo una SINTESI. Non credo che possiamo tornare alle nostre vite normali.

Quello che avreste sempre voluto sapere su questa edizione del Festival e non avete mai osato chiedere.

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