Sara Boero

Canta che ti passa.

Mi sveglio stamattina canticchiando il verso di una canzone che sembra il finale di un qualche ritornello.

“Oh, carina”, penso. “Che canzone era?”.

Faccio un po’ di mente locale fino a rendermi conto che non si tratta di nessuna canzone, ma è semplicemente un parto della mia poliedrica e vivace mente annoiata. Sforzandomi il meno possibile perché fa caldo, cerco di completare il ritornello e poi aggiungere una strofetta.

Abbastanza soddisfatta di me stessa, decido di mettere per iscritto il mio capolavoro su un pentagramma (operazione che so fare in maniera a dir poco dilettantistica, del tipo uhm questa nota è più lunga dell’altra, sarà il doppio, ok facciamo che è bianca e quell’altra è nera).

Il problema, e qui iniziano le comiche, è che non ho l’orecchio per dire “quando faccio TAAAAAAAA è un si bemolle!”. Per questo tipo di lavoro mi serve una tastiera e un po’ di pazienza. Ho entrambe, ma sono entrambe irraggiungibili. La pazienza perché fa caldo, la tastiera perché è in cima all’armadio a prendere polvere da quando mia mamma ha deciso che faceva disordine. Mia mamma in una giornata buona sarebbe in grado di decidere che il mio computer fa disordine, e di nasconderlo nel mobile dello scaldabagno.

In un vortice di crescente auto-umiliazione, prendo la scala in camera dei miei con fatica incredibile, la trasporto da me e la metto sotto l’armadio. Mi arrampico fino in cima per scoprire che non ci arrivo comunque per circa cinque centimetri.

Gli stessi cinque centimetri che potrebbero fare di me una persona di altezza media, invece di una persona bassa. Ironia del destino.

Con grande determinazione, imbraccio la chitarra, che ancora non è stata nascosta in qualche anfratto buio. E’ scordata ovviamente. E ovviamente l’accordatore è scarico. Sospiro, prendo il manuale, vado a vedermi come cazzo si faceva ad accordarla senza un accordatore. Ci metto venti minuti brucianti di sconfitta, prima di ottenere un suono decente.

A quel punto mi rendo conto del problema numero X: le unghie. Non sono troppo lunghe, ma abbastanza da impedirti di suonare la chitarra. Io per natura sono una mangiatrice di unghie: anni di determinazione e sacrificio mi hanno portato ad avere delle mani decenti. Ci tengo alla mia nuova e promettente carriera nel mondo del rock, ma anche alle mie belle unghie laccate di blù. Ah.

Capisco che piegando la mano in un modo assurdo e temo aborrito dai maestri di chitarra (il miglior lasciapassare per la tendinite) riesco comunque a compiere queste due operazioni: suonare l’accordo di SOL e schiacciare qualsiasi singola corda con il dito INDICE. Passi da gigante.

La mia conoscenza dei misteri della chitarra non è tale da consentirmi di trovare la melodia con questi mezzi. Ci rinuncio in partenza, butto via lo spartito, prendo un foglio di carta bianca e mi preparo a scrivere l’accompagnamento. Un gesto coraggioso, considerando la scarsa disponibilità di note. In venti minuti ottengo i primi risultati: un accompagnamento di note e bicordi che riprende qua e là la melodia del cantato, sottolineato da un bell’accordo (di sol, ovviamente) nel passaggio dalla strofa al ritornello. Aggiungo mentalmente nel sottofondo un arpeggio sulle prime tre corde, che si sposta alla seconda-terza-quarta quando la melodia sale.

Se fosse eseguito da qualcuno che sa suonare sarebbe molto carino, davvero. Fatto da me sembra un’Ode alla Stitichezza. Allora decido di registrarmi a pezzi, prima gli arpeggi, poi l’accompagnamento, poi la voce, per montare con il caro vecchio Audacity i moncherini della canzone. Viva le cose artigianali.

Proprio oggi, dopo quindici anni, la mia webcam decide che i suoi cavi sono stanchi. Per la prima volta registrando il suono si sente un ronzio elettrico di sottofondo, un ronzio molto forte che non c’è mai stato. Provo dei software diversi, niente. Il rock non mi vuole.

Ma la mia determinazione è tale che, ci crediate o no, sto andando a comprarmi una webcam. Già che ci sono potrei comprare anche qualcuno che sa suonare la chitarra. Dite che li vendono da MediaWorld?

 Io e la mia chitarra in uno scatto che a giudicare dai miei capelli risale agli anni ‘80.

Canta che ti passa.

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