Sara Boero

La mia depressione infantile era più cool della tua.

Dai tre agli otto anni circa ho rischiato di diventare una rapper incazzata. In particolare dai tre ai cinque. Un periodo davvero buio, ragazzi.

Le prime esperienze con l’altro sesso sono state traumatiche, ad esempio: ho ancora sul ginocchio una cicatrice di quando all’asilo ho “giocato al dottore” in ricreazione. Non chiedete dettagli.

E dire che ero anche sessualmente confusa. All’oscuro della differenza fondamentale tra piripillo e farfallina, importunavo i miei genitori con domande come “ma siete SICURI SICURI che io sia una femminuccia? Nel senso, ve l’hanno proprio DETTO all’ospedale o lo pensate VOI?”.

Mi chiedo come abbiano resistito alla tentazione di abbandonarmi in autostrada per tutti quegli anni.

Circondata da piccoli incubi quotidiani di ogni genere (e analisi mediche per l’inappetenza, lo sviluppo, la vista eccetera eccetera) sono diventata una bambina dell’asilo coi codini molto poco comunicativa. Arrivavo in giardino dalle suore al mattino, vedevo i miei compagni di classe e cominciava l’inferno. Non riuscivo a capacitarmi di essere davvero in un asilo. Pensavo più ad una specie di sanatorio per bambini down. Si pisciavano sotto di continuo, non sapevano leggere, si sbavavano sul grembiule. Disagio. Il brutto è che ricordo tutto. Non è una specie di ricordo confuso del periodo, ricordo proprio come passavano LE GIORNATE, e tendenzialmente non passavano mai.

Ecco come avrei raccontato il primo episodio che mi viene in mente se a quattro anni avessi tenuto un diario.

CARO DIARIO,

oggi la maestra Alessandra ci ha fatto fare un gioco a coppie. Bisognava indovinare delle robe sulla lavagna. Per formare le squadre, ha fatto scegliere in ordine di banco a ciascuno di noi il compagno preferito in modo che fossero sempre un maschio e una femmina.

Qualcuno ha detto “perché non ci sposiamo?” e la maestra Alessandra ha detto “ok”. Ha chiamato ogni coppia alla cattedra disegnando col pennarello una vera sull’anulare e dichiarando marito e moglie.

Il bambino che mi piace si chiama ****. Oggi però era assente. Io ho fatto comunque il suo nome quando è venuto il mio turno, e la maestra Alessandra ha detto che dovevo scegliere un presente. Mi sono guardata intorno e puttana Eva, no, neanche per scherzo. Erano rimasti solo tre bambini: uno è un sociopatico, uno si mette le dita nel naso e poi si pulisce sul grembiule e il terzo suda come un porco. Ho ridetto “****”, e ho giocato da sola.

CARO DIARIO,

oggi è tornato ****. Io non mi sono lavata le mani apposta, così oggi gli ho fatto vedere la vera e gli ho detto che siamo sposati perché l’ha deciso la maestra Alessandra. Ok, forse ho confuso un po’ le carte in tavola. Ma non mi meritavo che lei venisse a sputtanarmi e a dire che era un gioco.

Ho piantato su un casino. Ho sentito dire che dei bambini più grandi hanno occupato un liceo a Roma, e così ho provato a convincere quella schiera di decerebrati a occupare l’asilo. Sanno solo pisciarsi addosso, però. Così ho detto a tutti che Babbo Natale non esiste, anche se la Befana sì (ndA: qui ero vittima di un equivoco. Abitavo in una casa infestata dal fantasma di una vecchia signora, ed ero erroneamente convinta che si trattasse della Befana – sempre meglio che un cadavere).

È stato un fiasco. Ero talmente frustrata che mi sono chiusa in bagno ad annusare la colla (ndA, sic. Non ho sviluppato negli anni nessuna dipendenza, fortunatamente). Ho preso un temperamatite e ci ho infilato dentro il dito per vedere se riuscivo a temperarlo e farlo venire a punta. Mi sono solo tagliata e ho pensato, forse per la centesima volta oggi, di essere una fallita. Una fallita che, di nuovo, quest’anno interpreterà la parte del fottuto angioletto sullo sfondo alla recita di Natale.

Gesù bambino lo fa *******. Lui non si limita a pisciarsi addosso, fa anche quella pesante.

E non aggiungo altro.

La mia depressione infantile era più cool della tua.

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