Sara Boero

Rimozione forzata dei ricordi.

Mi ero dimenticata l’atmosfera universitaria nei suoi aspetti più sordidi, lo ammetto.

Con “suoi aspetti più sordidi” intendo essenzialmente le vibrazioni negative nei giorni degli appelli, specialmente gli appelli di fine anno accademico. 

Mi ero dimenticata, ad esempio, di essere un blocco di ghiaccio agli esami. Preparata tanto o poco o per niente, non ho mai provato il più piccolo brivido di tensione. Ma, in sua vece, qualcolsa di ben più spiacevole. Lo: “sbrighiamoci, voglio solo tornare a dormire”.

Non pensate che sia meglio. Non pensatelo. E’ una tortura.

Avevo scordato, poi, una seconda cosa assolutamente terribile che succede alla mia dialettica quando finalmente è il mio turno di raccontare quella dell’uva. Mi siedo davanti al professore, dico buongiorno, ascolto la domanda, e incomincio a parlare come una dottoranda di semiotica affetta da logorrea. Mi escono dalla bocca termini che sento in quel momento per la prima volta. Non so da dove vengano. Non riesco a controllarlo, e provo vergogna. Sono quasi sicura di aver detto, l’altro giorno, davanti ad una imbarazzata commissione d’esame: “il linguaggio, in virtù della sua stessa natura ontologica e in relazione alla prassi comunicativa quotidiana, si oggettivizza non più come strumento di un’etica applicata comune ma come creatore e manifesto dell’etica generale stessa”.

Una frase del genere sembra fare colpo anche nei casi in cui non vuol dire nulla. Ma io non vorrei mai arrivare a questo. E’ umiliante. Provatelo a casa sui vostri cari.

Terza e ultima cosa che avevo dimenticato, la peggiore di tutte: gli studenti. Vi odio, ragazzi. Non sapete quanto vi odio. Cheers. Odio la tanfa di sudore da panico che disperdete nelle aule d’esame, e le vostre ascelle pezzate. Odio quelli che ripassano a razzo tutto come maniaci compulsivi tre secondi prima del loro turno. Odio quelli che si chiudono in bagno a vomitare, e quelli che in seguito a una scena muta scoppiano in lacrime. Odio quelli che vogliono passare per primi perché non reggono l’ansia dell’attesa, almeno tanto quanto quelli che vogliono passare per ultimi perché si cagano addosso. Odio quelli che: “e tu che programma hai portato? Era da fare il capitolo sei? Eri frequentante? E’ brava la prof?”.

Cioè in realtà non è che sia proprio odio. Forse no. Forse è solo incomprensione, perché non riesco a capire cosa ci sia di così angosciante e drammatico in un esame universitario (università italiana, ricordiamo, facoltà umanistiche, ricordiamo). Qual è il problema se ti segano? Lo ridai tra dieci giorni. E altra cosa che mi manda in bestia: quelli che passano l’esame, per effettiva preparazione o rubacchiando un 18, ed escono dall’aula arrossati e sorridenti come se avessero trovato una cura per il cancro, o partorito in aula studio una squadra di pallanuoto. Che li senti dire: “che sollievo, stasera esco e mi ubriaco!”. 

Bravi, zuccherino.

Non che io non sia una fan dell’autocompiacimento. Ho un sacco di  autocompiacimento per le ragioni più stupide, dal riuscire a masterizzare un DVD al dato di fatto che sono talmente in gamba da respirare anche mentre dormo. E’ solo che proprio non riesco a portarlo con me in università. 

Rimozione forzata dei ricordi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su