Sara Boero

Non mi piace il tono con cui lo dice.

Qualche giorno fa al mio risveglio il primo pensiero è stato “oh, merda”.

La differenza rispetto agli altri giorni è che non si trattava di un “oh merda” da pigrizia ma di un “oh merda” da “perché mi fa male un punto imprecisato tra le costole e sento una fitta atroce ad ogni inspirazione?”.

Non sono il ramo ipocondriaco della famiglia, anzi sono abbastanza pronta a sbattermene di qualsivoglia dolore/febbre/ecc, ma devo riconoscere che quando anche la mia schiena e il mio braccio sinistro hanno cominciato a chiedere dell’Aulin mi sono sentita un discreto cagotto.

La mia dottoressa mi ha auscultato cuore e polmoni, e a parte il fatto che ho la pressione e il tono muscolare di una salma ha sentenziato “tutto ok, sarà stato un colpo di freddo”. E poi, con un bel sorrisone rassicurante: “per stare tranquilli, ti faccio fare le analisi del sangue, delle urine, e un elettrocardiogramma”. 

Ho aggiunto per fare la simpaticona: “e una lastra no?”. Ha risposto senza cogliere il sarcasmo: “Ma no, non è il caso, vediamo le analisi del sangue”. 

Non mi piaceva il tono con cui l’ha detto.

Io e il mio dolore intercostale siamo partiti per il laboratorio di analisi il mattino dopo, ubbidienti. Già nella sala d’attesa, capisco di essere capitata dentro a un film di John Waters: una signora entra prima di me lasciando la porta aperta. Ecco quello che io e gli altri pazienti sentiamo:

Signora: “Ho portato le provette per analisi di urine e feci di mia mamma…”

Infermiera: “Sì, le scarti dalla stagnola.”

Qualche secondo di silenzio.

Infermiera: “Questo cos’è?”

Signora: “Le feci”.

Infermiera: “Bastavano due cucchiaini. Così non me le accettano in laboratorio.”

Signora: “…perché?”

Infermiera: “Guardi che sono analisi, non è mica l’invasatura della marmellata.”

La sala d’attesa è diventata improvvisamente fredda.

Comunque, dopo sono entrata io. L’infermiera di 100 chili proprietaria del senso dello humor più nero della storia della comicità mi ha fatto prima l’elettrocardiogramma, chiedendomi con grande serietà se i peli sulla mia maglia appartenessero a un cane o a un gatto.

Poi è passata al prelievo. Non riesce a tirare su il sangue e comincia a strunzicare con l’ago nel mio braccio destro. Sbuffa, si arrende, e mi fa alzare la manica sinistra, lamentandosi a gran voce della mia pressione bassa. “Odio fare due buchi. Odio fare due buchi”, ripete guardandomi con aria di rimprovero. Rispondo: “credo che morirò per questo”. Non coglie il sarcasmo e ribatte: “sì, certo, anche per lei non è un grande inizio di giornata…”. 

Non mi piace il tono con cui lo dice.

Esco di lì e passo dal radiologo. Sì, devo fare anche un paio di lastre, ma per un’altra faccenda. Da quando mi stanno spuntando i denti del giudizio, la mia mascella fa “cloc” ogni volta che la apro. Disgraziatamente, tra parlare e mangiare la apro un sacco di volte al giorno, ed era già da un po’ che la mia dentista mi minacciava ingiungendomi la lastra dell’arcata.

Il radiologo è un signore estremamente gentile, così gentile che mi sembra dispiaciuto d’essere finito a fare il radiologo anziché il ginecologo. Mi fa un paio di lastre in più non prescritte, per un inspiegabile equivoco, tra cui una al cranio (il mio cranio spacca di brutto, ai raggi X), e così ci torno il giorno dopo a fare quella mancante, beccandomi qualche radiazione extra.

Ritiro i risultati. Ho il battito dei campioni, e sangue e urine degne di un chierichetto. Sono sana come un pesce tranne l’emoglobina un po’ giù. Sta a vedere che la dottoressa aveva ragione, e non ho nessuna orribile malformazione.

In compenso il referto delle lastre è ridicolo, non trovo altre parole. Nemmeno il radiologo le trova, e infatti ha riso. I due denti di sotto stanno spiaccicando l’arcata inferiore, e i due di sopra stanno spingendo contro l’articolazione della mascella. Uno un po’ più dell’altro. Insomma, ho l’articolazione a puttane, e a puttane in maniera asimmetrica. Mi mostra il punto in cui la mia mandibola è scardinata. “E’ per questo che fai cloc, vedi, si incastra male”. 

Nella mia testa parte a tutto volume la musichetta del Tetris ogni volta che apro la bocca, da allora.

Nel mio ultimo, stremato, eccesso di sarcasmo gli chiedo: “oh, beh, allora me la cavo con quattro dolorosissimi interventi per levare i denti del giudizio, e forse qualche annetto di apparecchio…”. Lui non coglie e risponde: “sì, non dovrebbe lasciarti problemi gravi, alla mascella… sei giovane!”. 

Non mi piace il tono con cui lo dice.

Non mi piace il tono con cui lo dice.

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