Sara Boero

L’omino dell’Umido – una storia vera.

Una delle mie Persone Preferite in Assoluto non ama i social network, quindi non leggerà questa storia a meno che non sia io a portarla di peso sulla sua scrivania. Però gliela dedico lo stesso, perché è uno dei protagonisti (quello che di qui in avanti chiameremo “il fidanzato”).


In una via così ripida che quando nevica ci disputano le Olimpiadi Invernali, vivono due giovani fidanzati che, per guadagnarsi il sofficino quotidiano, sono costretti ad uscire di casa alle cinque tre volte a settimana. Il loro ammirevole stoicismo viene talvolta ricompensato dagli elementi naturali con visioni inaspettate, impossibili a qualsiasi altra ora del giorno.

Il cielo sfumato di rosa della primissima alba. La brezza salina portata dal mare. La città deserta, silenziosa e ancora addormentata. E, naturalmente, l’Omino dell’Umido.

Lo incrociano a quell’ora (e attenzione, solo a quell’ora) nello spiazzo privato davanti al loro palazzo, un Omino misterioso e ambiguo che fruga e rimesta nel cassonetto della carta (alla ricerca di tutti gli incredibili tesori che, notoriamente, si possono trovare nei cassonetti della carta).

L’Omino è diffidente e guardingo: se vede i due fidanzati scendere la prima rampa di scale che porta allo spiazzo, si nasconde impaurito e trafelato dietro ai bidoni, le narici frementi come i topi di campagna, in attesa.

Questo è piuttosto strano: i due fidanzati di cui parlo non hanno un’aria minacciosa, né particolarmente eccentrica o sopra le righe. Niente tatuaggi maori facciali, rasta fucsia lunghi fino al culo, tutine di Star Trek o cose del genere. Niente. Sono due persone d’aspetto gentile e rassicurante, e posso solo immaginare che alle cinque del mattino appaiano ancora più inoffensivi.

Succede, a volte, che l’incauto Omino sia così preso dalla sua golosa montagna di carta straccia da trovarseli davanti quando ormai è troppo tardi per nascondersi: ai loro gentili cenni di saluto, l’Omino risponde schioccando la lingua sul palato con disappunto e tirando dritto. Seccato. Intimidito. Quasi offeso dalla loro presenza.

Durante il giorno, di questo strano personaggio non resta quasi traccia, se non minuscoli frammenti di carta sparpagliati nell’atrio del palazzo o appesi alle grate in sacchettini confezionati con cura. Non ci sono prove concrete che sia veramente l’Omino a disperdere tutto questo ben di Dio. Ma supporlo ragionevolmente non mi sembra un grande azzardo, non so a voi.

Una mattina di quelle sfortunate mattine, i due fidanzati avvistano l’Omino in prossimità della seconda rampa di scale che separa  il loro palazzo dalla via molto ripida, per la precisione sotto la seconda rampa. La sporgenza della scala appoggiata al muro di cemento crea infatti una specie di nicchia molto buia, verde, umida e rallegrata da una delicata – ma ben distinguibile – puzza di merda. E lì sta l’Omino.

È esattamente sotto di loro e non li ha visti, tutto assorto com’è nella contemplazione di un punto vuoto davanti a sé. Immobile, con gli occhi sbarrati, controlla che l’aria nei due metri quadrati oltre la nicchia non si trasformi improvvisamente nell’ingrediente segreto della Coca Cola. Un dettaglio che di sicuro non sfuggirebbe alla sua attenzione.

I due fidanzati si scambiano uno sguardo rabbuiato: che fare? Provano dispiacere a spaventare il loro pavido vicino sociopatico, ma d’altra parte è troppo tardi per rimediare al danno passando dalla strada lunga. Inspirano profondamente, fermi in cima alla scala. L’Omino è sempre bello concentrato a giocare a un-due-tre-stella col suo amico immaginario. E il suo amico immaginario sembra essere lento a contare in maniera inverosimile. Alla fine, i due fidanzati affrontano il primo gradino, facendo volontariamente un rumore secco con le scarpe.

È questione di un attimo. Un movimento così veloce che la loro retina sul momento fatica a registrarlo. L’Omino si volta e li vede. Si gira di nuovo in direzione della discesa. Scatta in avanti come Fiona May e si butta verso il cancello, circa cinque metri più in basso, lo spalanca, esce fuori nella via, sparisce alla vista dei mortali. Tutto questo in non più di tre secondi.

Quanto basta per un’illuminazione.

Non è che la soluzione venga in mente proprio lì, sul momento, al fidanzato. Ma quella sera i tasselli si incastrano come pezzi di un puzzle e il fidanzato, spostando un libro dallo scaffale, scopre la sconvolgente verità.

Animale notturno.

Velocissimo.

Abile a nascondersi.

Minuscolo.

Disgustoso.

Amante della carta.

Amante dei luoghi bui e umidi, non disdegna la puzza di merda.

Detesta la compagnia umana.

Accendi la luce e lo sorprendi immobile a fissare il vuoto.

Ti avvicini e un attimo dopo è sparito.

E chi sta pensando che si tratti di Batman, è pregato di rileggere il punto 6. La smettete di tirare le cose per i capelli, nella vita? Di essere così sciatti e pressappochisti? Da quando Batman si caratterizza per amare la carta? E la puzza di merda?

Comunque. I non-pressappochisti tra voi avranno ormai capito la verità.

Al vicino dei fidanzati è successa (durante qualche blackout in ascensore, vai a sapere) la stessa disgrazia del protagonista de La mosca, ma evidentemente con un insetto dell’umido.

 

Non riderei se fossi in voi. Non si tratta di una gran fortuna.

L’omino dell’Umido – una storia vera.

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