Ho voluto animali intorno da quando ero bambina. Ho sempre pensato che la felicità di un essere umano dipenda in larga misura dallo stretto contatto con almeno un animale. Perché gli animali sono alieni: ragionano in modo completamente diverso dalle persone; non sono puri & incontaminati o cose del genere ma il loro cervello processa la vita in modo differente, semplice o complesso, a seconda della specie e del carattere. Comunque distante dal nostro.

Sono altro da te. E come tutte le cose altre da te, ti aiutano a dilatare e ad espandere te, la tua capacità di immedesimazione, la tua larghezza di vedute. Ho provato a pensare come ogni animale con cui ho vissuto, ad autoinvitarmi nella loro testa, a imitarne i comportamenti e i gesti, a comunicare nella loro lingua. A costruire un’amicizia vera, superando la barriera della specie.

Da bambina mimavo il pop della bocca del mio pesce rosso e dimenavo una pinna immaginaria. Mi sono leccata le mani, ho soffiato, ho strizzato gli occhi al sole come i miei gatti. Da Natale ho un pappagallo di nome Signor Nilsson: è il mio primo oviparo. E a differenza dei gatti è una preda, non carnivoro. Un altro modo di ragionare ancora. Un altro pianeta alieno. Altri gesti, versi, paure, manifestazioni d’affetto.

Gli passo i semi con la bocca e inclino la testa di lato come fa lui, per metterlo a fuoco con un solo occhio e studiarlo circospetta. Imito la sua diffidenza quando avvicino le mani alla gabbia. Se fischia per chiamarmi, gli rispondo fischiando. Ci adattiamo l’uno all’altro ogni giorno, ai reciproci spazi e bisogni. Sta cambiando per me, sto cambiando per lui, stiamo migliorando entrambi, l’uno per l’altro. Siamo prede pazienti in piena metamorfosi e un giorno so che mi insegnerà a volare, come fa lui quando esce dalla gabbia.

E poi ci sono le mosche dall’inferno.

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Gli insetti non mi hanno mai fatto schifo, fino al 2013. Quell’anno mi è capitata una colonia di blatte orientali nel condominio. Ho letto tutto su di loro, sul ciclo di vita, sulla riproduzione. Ne ero nauseata e affascinata, non riuscivo neanche a ucciderle dalla repulsione incontenibile che mi provocava sorprenderle a strisciare sul pavimento del soggiorno accendendo la luce. Ho provato a comunicare: era impossibile. Mute, omertose, malevole, grasse. Mi sono arresa al non volerle vicino e ho chiamato la disinfestazione. Vivo nel terrore che un giorno possano tornare, quelle bestie primitive, a rivendicare un diritto su spazi pre-istoricamente loro. A raccontarsi segreti l’un l’altra senza nemmeno provare a farmeli capire, a condividere un po’ delle cose che sanno con me: i racconti della notte, l’odore dell’ombra, il rimbombo delle gocce nei tubi.

Da allora guardo gli insetti in modo diverso, silenzioso, ostile. Ho degli spiragli di comunicazione solo con i ragni; che nella lotta agli insetti sono miei alleati. Tengo le zanzariere sempre chiuse per non dovermi trovare a uccidere insetti. Non voglio contatti, non li voglio intorno. Lascio stare i pesciolini d’argento dell’umido che ogni tanto trovo nel bagno; sono bestiole quiete e indifferenti. Ma di mosche, zanzare, vespe, api, falene, scarafaggi, altro, non ne voglio sapere.

Ogni tanto arrivano loro: le mosche dall’inferno. Non sono mosche piccole e normali. Sono mosche grosse e nere, con strani riflessi iridescenti. Ronzano in modo basso e pesante, cupo. Non molte. Tre in tutto ne ho viste, a distanza di molti mesi l’una dall’altra. Stamattina ce n’era una in bagno e non ho potuto fare a meno di chiedermi come diavolo ci fosse arrivata. Una grossa, pelosa, luccicante mosca dall’inferno. Ho aperto la finestra e chiuso la porta, l’ho lasciata da sola una ventina di minuti. Discretamente. Le ho dato una possibilità, e speravo che lei la desse a me.

Non l’ha fatto. Allora ho scoperto che lo spray per le blatte, che sulle blatte funziona malissimo e le uccide in un tempo troppo lungo e tra sofferenze troppo atroci per sopportarne l’idea, sulle mosche dall’inferno fa il suo lavoro in modo encomiabile. È andata a tappeto subito. Da morta non sembrava così sinistra e spaventosa: sembrava quasi una mosca normale, leggermente sovradimensionata, neanche troppo.

Credo fosse la prima mosca che ho ucciso in vita mia. Da stamattina mi chiedo quanto a lungo avrei dovuto parlarci ancora, da dietro la porta chiusa, per convincerla che volare via era l’opzione migliore. Anche per me.

Mosche dall’inferno
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2 pensieri su “Mosche dall’inferno

  • 12 febbraio 2016 alle 09:09
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    Anch’io non amo troppo gli insetti, anche se non mi fanno schifo le blatte, ameno di non doverne schiacciare qualcuna (ma da tempo, dalle nostre parti non ne compaiono) e non mi piacciono mosche (certe, come quelle “dell’inferno sono proprio schifose) e zanzare (per ovvi motivi); in modo particolare i ragni mi ispirano un vero terrore, al punto di non sopportare neppure di vederli in foto o in disegno. Non parliamo poi di quando compaiono – a tradimento – alla Tv. Ho imparato a “sentirne” l’arrivo sullo schermo in certi film o documentari, tranne l’altra sera, quando il commentatore parlava di un lucido pelo e di dimensioni grandi come una mano. A prima vista l’immagine poteva suggerire, che so, una mini scimmia, poi ho intravisto, sotto il cespuglio, qualcosa che mi ha fatto rizzare i peli sulle braccia: era un ragno mostruoso. Non l’ho visto bene, ma so che era uno di loro.
    Beeeh.
    Mi piacciono molto invece i tuoi tentativi di comunicare con il pappagallo: è sempre affascinante entrare in contatto con un mondo nuovo.
    Resto però fedele alla categoria “gatti”, composta di tanti individui diversi tra loro e ugualmente affascinanti. “Creature di luce” mi ha detto un’amica. Sto cominciando a pensare che sia vero.
    Un abbraccio, Sara.

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  • 1 marzo 2016 alle 21:31
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    Cerca di avere in casa una scutigera: è un insetto predatore utilissimo! Uccide qualsiasi insetto domestico purtroppo anche i ragni 🙂

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