La minestra, ostile, fissa Marco, mentre un cucchiaio draga il fondale del piatto. La minestra si sta raffreddando: tra i flutti oleosi emergono carote noncuranti, un pezzo di cipolla sfatto si arena sul bordo di ceramica come un cetaceo suicida.

La mamma insiste: è buona, la minestra. Ti fa bene. Se non mangi la minestra niente cartoni fino a venerdì. Devi proprio finire la minestra. La minestra ti sta crescendo nel piatto.

Marco scuote la testa: mangiare è noioso.

“Mangiare è noioso, mamma!”

“Allora facciamo finta che sia un’avventura.”

“Mangiare la minestra non è un’avventura!”

“E se ti dicessi che la minestra è un mare in tempesta? – la mamma prende il cucchiaio e agita la superficie dell’oceano verdastro – Proprio adesso, mentre guardavi la coda del gatto, ti sei perso un’avventura: un bastimento pieno d’oro solcava queste acque pochi secondi fa ed è appena colato a picco.”

Marco si volta veloce verso il piatto e fissa le onde intorno al cucchiaio, sperando di scorgere l’ultimo bagliore di quel carico d’oro, l’ultimo albero di quel veliero. Vede affiorare solo un timido pezzo di sedano.

“Mi prendi in giro. Non c’è.”

“Tu sbrigati a mangiare la minestra e vedrai che lo ritrovi! Non c’è perché è affondato, te l’ho detto.”

Marco non ci crede: ormai ha sei anni e mezzo, si può dire sia scafato, un uomo fatto. La mamma non lo frega più. Ma ha comunque il potere di mollarlo lì davanti al piatto mentre stira nella stanza accanto. “Tu da quella sedia finché non hai finito la minestra non ti alzi!”

Marco però si alza: piano piano, senza fare rumore, si avvicina al lavandino in punta di piedi col piatto in mano. Guadagna terreno un centimetro dopo l’altro, stando bene attento a non far strisciare le ciabatte sul pavimento. “Non se ne accorgerà mai – pensa Marco – al massimo stasera troverà qualche fagiolo sul fondo del lavandino e si chiederà come ci sia finito…”

Con la massima delicatezza appoggia il bordo del piatto all’acciaio della vaschetta e inclina il polso per far colare giù il minestrone ormai gelido. Una fetta di zucchina finisce nel filtro con un “plof” attutito, poi un paio di fagiolini. Poi un corpo umano.

Minuscolo, un corpo lillipuziano, col torace squarciato da un taglio profondo.

Lo seguono a ruota un piccolo albero maestro e un timone. Due palle di cannone grandi come due piselli. Un forziere che si apre rivelando migliaia di dobloni luccicanti, quasi invisibili, che vengono risucchiati immediatamente nello scolo del lavandino.

Altri corpi lillipuziani, gonfi e bluastri. Uno si incastra nel filtro e Marco lo spinge giù col mignolo, sospirando. La mamma, dall’altra stanza: “ti sento, sai? Cosa stai facendo?”

Marco inclina di più il piatto svuotando in fretta il resto della minestra, tanto ormai il dado è tratto. Cerca di individuare tra le carote un superstite ma trova soltanto un piccolo capitano affogato, con la faccia mezza coperta dal prezzemolo e la gamba piegata in modo innaturale.

“Marco? Starai mica buttando via la minestra?”

“Non ho potuto fare niente, mamma. Erano già morti.”

Se non mangi la minestra…
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