Parole e famiglie

Lui è indiano. Ha un bel lavoro a Dehli, come ingegnere specializzato in un’azienda di nanotecnologie. Lei è una studentessa universitaria francese. Si incontrano in vacanza e si innamorano, di botto. 
La famiglia di lei è particolarmente retrograda e razzista. Non accetta il fidanzato della ragazza. Si arriva a un conflitto acceso e la ragazza lascia la casa dei suoi. Vorrebbe seguire il fidanzato in India, e provano a sbrigare le faccende burocratiche: il visto turistico di una disoccupata in India dura pochi mesi.

I due fidanzati pensano allora di sposarsi per consentire a lei di vivere in India regolarmente, ma la legge indiana lo impedisce: per un atto tradizionale mai abrogato è vietato a un induista sposare ebrei, cattolici e musulmani. Per restare insieme i due tornano a vivere in Francia, nella città della ragazza, dove non hanno più famiglia, radici e lavoro.

La notizia fa il giro del web e l’opinione pubblica internazionale è scandalizzata contro l’ingiusta e insensata legge indiana.

Cioè, penso che andrebbe più o meno così, ma non è vero niente. Non c’è nessuna coppia franco-indiana. 

Però ce n’è una italo-americana che ha lo stesso identico problema. La famiglia americana li ha “ripudiati”, quella italiana li accoglierebbe a braccia aperte e in Italia uno dei due ha un lavoro. Ma il visto turistico dura solo pochi mesi e in Italia non possono sposarsi, neppure loro. Come è possibile? Sono due uomini. 

Perché c’è ancora chi non vede che è la stessa cosa? 

Ci si riempie la bocca di parole come famiglia e tradizione, ma le parole sono sempre ambivalenti. Provate a intervistare un soldato in una “missione di pace” e vi risponderà che è lì per difendere la libertà. Provate a intervistare un manifestante contro la guerra e dirà la stessa cosa.

La famiglia la vogliono difendere tutti. Un po’ come la libertà e tutti gli altri contenitori vuoti che sono le parole del dizionario. 

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