Grazie, Oceano Atlantico

Non so voi ma il mio ricordo degli anni di università, anche se sono vicini, è molto confuso. Ricordo qualche faccia sparuta dei prof dei primi anni, più che altro i loro tic. Ricordo di essermi fatta dei nuovi amici, alcuni dei quali sono sopravvissuti, ma non ricordo come ci siamo conosciuti. In che circostanza. Che facevamo nelle pause, dove studiavamo, di cosa parlavamo al bar. Ricordo i panini.

La faccenda si fa ancora più inquietante se penso alle materie. So di avere qualche nozione sedimentata sul fondo del cervello, tipo deposito del rosso da osteria. Ogni tanto viene fuori, al momento opportuno, una pallida reminiscenza di diritto comunitario o di microeconomia. Ma è una specie di affioramento magico. Cadaverini che vengono a galla, dopo anni di sepoltura sul fondo del lago. È stato quasi tutto inutile.

Alla specialistica ho preso giornalismo con scazzo (scazzo essenziale al giornalismo, tra l’altro) ma alla triennale avevo scelto Scienze Internazionali Diplomatiche credendoci un sacco. Ero animata dallo sbrillo di cambiare il mondo, partendo dal difficilissimo concorso al Ministero degli Esteri. Concorso che poi non ho mai tentato: qualche mio compagno molto in gamba ci ha provato, venendo segato senza appello. La verità è che al concorso del Ministero l’università non ti prepara neppure lontanamente: devi studiare un altro anno privatamente, a Milano, e ancora non basta. Il lato positivo è che a me la sbrilla di cambiare il mondo è passata e sono finita a fare un tutt’altro che è difficilissimo spiegare a mia nonna ma che consiste in una serie di attività a partita IVA che non c’entrano nulla l’una con l’altra. Scrittura, editing, traduzioni, critica cinematografica, produzione di testi istituzionali, comunicazione, progetti educational, laboratori di scrittura creativa e incursioni nei testi musicali, in un pasticcio che quando ti chiedono che lavoro fai già cominci a sudare freddo.

Comunque, come dicevo, i primi anni ci credevo un sacchissimo, nel SID. Frequentavo tutte le lezioni e le attività collaterali, dai convegni di Storia dell’Africa alle simulazioni di una seduta dell’ONU (mi sa che ho fatto la Grecia una volta di troppo). E non ricordo con chiarezza nulla. Tranne quel giorno. Il giorno in cui venne a tenere una conferenza il Professor Wattela P.Esca, dagli Stati Uniti.

La guerra in Iraq era iniziata da un paio d’anni, all’epoca, e Bush era stato appena riconfermato al secondo mandato presidenziale: due pessime notizie. Questo professore stava tenendo un ciclo di conferenze proprio sulla guerra e sul secondo mandato Bush. Eravamo andati a sentirlo pensando che imbastisse un qualche discorso di politica internazionale, invece i capisaldi del suo intervento erano:

Bush is a man of Vision. With Capital V!

E:

You can’t master Iraq until you get Iran. You know what’s the difference between Iran and Iraq? A Q.

Era un fanatico. Completamente pazzo. E queste due sono le uniche frasi intere che mi ricordo di qualche evento universitario, perché mi hanno insegnato una cosa importantissima: ogni pessima idea ha almeno uno stronzo che ci crede ciecamente, e che è disposto ad attraversare l’oceano per spiegartela.

(Qui sotto, studentessa del secondo anno con taglio alla Caterina Caselli nel temutissimo giardino interno dell’Albergo dei Poveri).

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