Dulcinea saluta gli elfi

Cari amici e care amiche, oggi apriamo la rubrica “espressioni idiomatiche che sarebbe cosa buona e giusta far entrare nell’uso comune”. Io lancio il sasso, voi prendetele e diffondetele.

Queste due sono state coniate da me e dalla Francesca nel corso dell’ultimo anno, o forse al festival di Venezia, chi si ricorda. La prima è la Dulcinea.

Dulcinea del Toboso è la dama eletta da Don Chisciotte a Signora Del Suo Cuore. Una tipa che nel migliore dei casi non esiste, altrimenti è una stronza che non se lo caga. L’osservazione antropologica ci ha dato evidenti prove del fatto che tutti noi, fanciulli e fanciulle, abbiamo la nostra Dulcinea del Toboso: persona solitamente reale ma con caratteristiche da noi attribuite in maniera del tutto arbitraria, che non si è mai accorta della nostra esistenza oppure sì e ci ignora completamente oppure non ci ignora ma ci vessa per anni e anni e noi ci facciamo vessare. Un uomo o una donna a cui tendiamo a perdonare tutto, di cui giustifichiamo ogni comportamento più ignobile in virtù di una cotta non corrisposta o mal corrisposta che perdura, nei secoli dei secoli amen.

Vi faccio un esempio: se il vostro partner, dopo un romantico bacio sulla spiaggia, all’improvviso perde lo sguardo all’orizzonte e tira un sospiro che fa cadere una palma in Corsica, interrogatelo sul motivo. Potrebbe venir fuori che in quello stesso luogo, in terza media, ha portato Dulcinea. E state pur certe: Dulcinea era bellissima. Buona. Intelligente. Poco importa che gli abbia sterminato la famiglia e stia tuttora scontando una condanna prima in carcere minorile poi ai domiciliari. Non potrete MAI competere con Dulcinea, perché il vostro lui era L’Unico A Capire Il Suo Lato Sensibile. Gli amici gliel’avevano detto: “non lasciarle coltelli a portata di mano”. Ma lui no, no, si è fidato, e adesso è orfano. E pensateci bene: lui potrebbe essere il VOSTRO Dulcineo del Toboso. Beve? Si droga? Picchia i cani? Vi spegne le sigarette sull’uovo all’occhio di bue?

Seconda espressione da diffondere: il saluto agli elfi.

Avete presente il finale del terzo film del Signore degli anelli? Bene, potrei anche non spiegarvi altro. Ma facciamo finta che oggi sia in buona: i saluti agli elfi. Parliamone. Sei lì, provato da tre ore di nani, hobbit e alberi che camminano. Finisce tutto, l’anello viene distrutto, l’oscuro signore blablabla, tutti tornano a casa felici e contenti.

Tutti tranne quei maiali degli elfi.

Che devono partire per mare, non si sa bene a quale pro ma voglion far come Baglioni e portare via i cogl… dalla Terra di Mezzo. Un “ciao raga, cissi” sarebbe più che sufficiente. E invece NO. Gli elfi nel film ci mettono tipo venti minuti a salutare l’allegra compagnia. “Stammi bene, eh”. “Mettiti il maglione di lana!”. “Manda una cartolina a zia Pinuccia di Mordor!”. “Non ricordo se ho chiuso il gas, mi ci butti un occhio?”. Somma, una roba che nemmeno le nonne.

Da allora noi si usa l’espressione “saluto agli elfi”quando un film ha dieci sottofinali e non ne puoi più già al terzo. “E adesso che fanno? Li avranno già salutati gli elfi?”. O anche in situazioni di vita quotidiana: “ho sonno, andiamo a casa! Ma che fa Gio, non viene?” – “Sì ma abbi pazienza che sta salutando gli elfi…”. E così via.

Si possono anche comodamente unire, le nostre due nuove espressioni, nel caso la Dulcinea tenga avvinto il Don Chisciotte di turno in un rapporto malato e assolutamente inconcludente. Esempio classico:

“Ma dov’è Peppino?”

“Stasera si vedeva con la matta, sai, quella che gli ha bruciato il motorino la scorsa settimana. Pare che lei fosse emotivamente distrutta perché si è rotta la sua ochetta curiosa di porcellana preferita”.
“Ah, Dulcinea saluta gli elfi, quindi”.

Fate buon uso.

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