69 volte Venezia

29 agosto


 

Si sa che le ragazze hanno i piedini delicati. Io e le fanciulle, stufe di percorrere ben mezz’ora a piedi, quest’anno si decide di stare a culo comodo e prendere casa in via Quattro Fontane. Accanto all’hotel Quattro Fontane. Se siete mai stati al Lido di Venezia potete comprendere appieno la mia accezione di “culo comodo”, in questo caso. Roba che esci in pigiama e sei in biglietteria e la colazione vai a farla direttamente al Casinò. Roba che puoi permetterti più cambi d’abito di Belen a Sanremo, e magari un po’ più belli di quelli di Belen a Sanremo, pur restando meno figa.
Il viaggio da Genova è avventuroso e travagliato, soprattutto il tragitto in traghetto e bus da Santa Lucia, causa misterioso sciopero di Cinecittà in Viale Santa Maria Elisabetta. La mia valigia pesa esattamente tre chili più di me, la mia socia Francesca è meravigliosa in moltissime cose ma non è un valido aiuto quando si tratta di darti una mano coi bagagli. O in cucina <3. La mia valigia è anche protagonista indiscussa di una spettacolare avventura notturna, la sera prima, che mi vede intenta a scassinarla: avrei voluto raccontarvelo in un video ma non ho avuto tempo e oramai s’è persa la freschezza.

Devo spendere altre due parole sul nostro nido d’amore in via Quattro Fontane, condiviso chi per più chi per meno con le mie splendide: Francesca, Susanna, Serena, Agnese e Rita. Aver trovato questa casa è la cosa che mi ha reso più fiera in assoluto, in particolare per il salone trasformato in lounge bar nel corso dei nostri spuntini delle tre del mattino a base di pizza, vino bianco e nutella.

L’ottenimento degli accrediti fila liscio come un’anguilla sull’olio di semi e ci ritroviamo in poco tempo col nostro bravo pass al collo: ne approfittiamo subito, andando alla premiere di Enzo Avitabile, a Music Life di Demme. Abbracciosissimo. Il regista del “Silenzio degli innocenti” è abbraccioso a livelli inauditi. Passerà i successivi dieci giorni a farsi la fila coi comuni mortali per vedere gli spettacoli più sfigati. La giuriaquattrofontane gli ha attribuito il premio simpatia 2012. Ah, quest’anno in sala si entra dal red carpet.

 

 

A livello strutturale il cambio di direzione si sente, sia il programma che gli spazi sono rivoluzionati: Barbera passa alla storia come l’uomo che ha chiuso il (mezzo) buco del cantiere dell’ex movie village. Mezzo perché in realtà metà c’è ancora, ma oh, non è che il pover’uomo potesse mettersi a spalare amianto con le sue manine. L’Excelsior ha subìto qualche piccola ristrutturazione interna: sparito l’ulivo di diamanti dell’anno scorso (d’altronde c’èccrisi) e comparsi al suo posto dei nuovi eleganti divani a motivi floreali rossi e bianchi (protagonisti, come vedremo in seguito, d’un grande mystero). Per la prima volta mi rendo conto di rivedere un sacco di visi noti, sia tra il pubblico che tra la security (incredibile dictu, un paio di guardiani mi riconoscono a loro volta e salutano a pacche sulle spalle, tarallucci&vino: la soddisfazione di essere abituée). Tra i visi noti, ohimè, ci sono anche quelli delle affezionate Valeria Marini e della Ripa di Meana. La prima è tuttora inesplosa, la seconda si presenta al Lido con un paio di corna in testa. E non sto scherzando. Il sottobosco delle dive italiane sembra sempre il cast di “Freaks”.

Uh. Per il merchandising, il festival si indirizza su scelte che potremmo definire particolari.

 

 

30 agosto


Al mattino appuro con un pizzico di apprensione che il giardiniere che alle nove lavora sotto casa nostra è l’individuo più inquietante dopo l’omino pelato del telefono in “Strade perdute” di Lynch. Non mi curo di lui ma guardo e passo, aggiungerei speditamente, alla volta del Palabiennale per la replica di The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair. Film sul quale ho un giudizio obliquo, nel senso che la visione m’è passata scorrevolmente eccetera, non era male eccetera, ma se ne poteva pure fare a meno e continuare a vivere. Forse allo scazzo contribuisce l’assenza di croissant al bar del Palabiennale, alle dieci del mattino vedere un film a stomaco vuoto ti indispone.

A pranzo io e le fanciulle scopriamo che le padelle di casa risalgono a prima che venisse scoperta la formidabile tecnologia dell’antiaderenza, e al posto di crocchette di patate finiamo per mangiare una specie di purè di patate fritto.

Nel pomeriggio io e Susanna raccogliamo la sfida di Heaven’s Gate di Cimino, versione director’s cut di mille ore ripulita restaurata eccetera, proiettata in occasione della consegna del premio Persol a Cimino stesso (a proposito di premio Persol: sì che c’èccrisi, ma gli sponsor a Venezia 69 fanno la parte del leone. Ah. Ah. Ah). Un’esperienza forgiante ma che vale la pena di vivere, veramente fantastico. Senza contare che Christopher Walken da giovane era in pratica Michelle Pfeiffer coi baffi: tutte noi dovremmo prendere da lui lezioni di femminilità e portamento. Barbera, nel discorso di premiazione, si dilunga in una leccata senza remore nei confronti del festival di Cannes. Che sia la morte del campanilismo? Cimino, dal canto suo, si dilunga in generale. Annuncio che se gli occhi non m’ingannano non è vero che ha cambiato sesso, in compenso deve aver avuto un rapporto conflittuale col bisturi, negli ultimi cento anni. Però fa un bel discorso commosso e sentito, e avere l’occasione di conoscerlo è una grande emozione.

 

 

Alla sera si va tutte a vedere The Iceman di Ariel Vromen, tratto dalla storia vera di un sicario che ricorda vagamente il nostro giardiniere. Giudizio incerto anche qui, come per il film del mattino. Mi piace, ma sempre quel mi piace per la serie “categoria del vedibile”, cioè, si può vedere piacevolmente, ma anche no. Ah, c’è Winona Ryder, che ormai è la copia scipita di Winona Ryder. In compenso Iceman ci regala un incontro ravvicinato del terzo tipo con Ray Liotta, che si rivela essere il nuovo Chuck Norris nelle nostre personali meme mentali. Ad un tizio (a onor del vero insopportabile) che gli chiede di fare una foto insieme e fa per abbracciarlo, Ray Liotta risponde: “don’t fucking touch me.” (“cazzo, non provare a toccarmi”). Serio. Indisposto. Si guadagna così il podio della nostra incondizionata ammirazione: “don’t fucking touch Ray Liotta!” sarà la frase più pronunciata della serata, in via Quattro Fontane.

La nottata ci vede anche protagoniste di un’imbarazzante debacle accanto alla gigantografia di Fassbender appesa nella sala interviste dell’Excelsior: un guardiano ci becca in pieno mentre ci facciamo una serie di foto cretine intorno al manifesto. Non dice nulla. Scuote la testa. Si allontana. Lasciandoci piccole piccole e imbarazzate.

Andiamo, sappiamo bene che non siamo state le uniche, vero redazione di Vanity Fair?

 

31 agosto


In cartellone al Palabiennale al mattino c’è Superstar di Xavier Giannoli, andiamo a vederlo solo io e la socia Francesca. E ci piace. Ci fa ridere un sacco. Parla di un tizio molto comune e anonimo che di punto in bianco inizia ad essere seguito e fotografato in metrò da gente a caso, diventando famoso senza sapere il motivo, mentre la sua vita cambia. Piccola chicca: uno degli attori ad un certo punto pronuncia la battuta: “saresti il primo francese a fare qualcosa di buono”. Cosa odono le mie stanche orecchie? Autoironia in un film francese? Oh là là. Comunque: una riflessione simpatica e leggera sulla celebrità e il potere del tam tam su internet. Seguito a pranzo da una carbonara senza formaggio, perché alla vostra affezionata il formaggio non piace.

Alla sera riusciamo ad aggiudicarci i biglietti per Bad 25 di Spike Lee (ah, piccolo inciso sui biglietti: sì, è ancora in voga il barbaro metodo dell’anno scorso, che ti vede costretto a tramutarti ogni mattina nel pollice più veloce e spietato del West Lido).Spike Lee si presenta in Sala Grande con famigghia a seguito, il suo documentario su Michael Jackson è interessante e ben fatto. Anche se a me Michael Jackson fa più o meno l’effetto del giardiniere cosparso di formaggio.

Un altro che non capisco è Marzullo. Marzullo sembra che non faccia altro che entrare e uscire dai bagni pubblici dell’Excelsior. Mah.

 

 

La proiezione di mezzanotte, fortemente attesa da me e dalle mie nerdissime coinquiline, è Tai Chi 0 di Stephen Fung. Che goduria, il trash cinese arti marziali con contaminazioni steam punk. Si conferma la storica tradizione della vaccata di mezzanotte in Sala Grande, la Proiezione In Cui Tutto È Lecito, incluse urla belluine e piedi sulla poltrona davanti. Il cast cinese, allegro e sopra le righe, a fine film improvvisa una piccola coreografia: cinesi spigliati e francesi autoironici? Parbleu, dove andremo a finire. Unico neo: Tai Chi 0 è solo il primo episodio di una trilogia, a quanto pare. E chi ce la farà vedere finire questa trilogia? Chi? Come? Chi avrà un cuore così puro e giusto da predisporre dei sottotitoli inglesi sui torrent di là da venire? Con questo inquietante interrogativo nell’animo io e le fanciulle torniamo a casa scosse, e ci facciamo uno spuntino delle due a base di vino e culatello. Dico solo: Susi, non sai goderti la vita. O almeno, questo è ciò che ho pensato finché non ti ho vista con le dita sporche di nutella, che balbettavi “non giudicatemi”.

1 settembre

 

È il grande giorno di The Master, che fin da subito viene bollato come superfavorito del festival. Essendo la proiezione figa delle sette io e le mie socie lo vedremo solo il giorno dopo, ci diamo comunque da fare per incocciare il cast sia in conferenza stampa che allo sbarco. Joaquin Phoenix, quanto mi mancavi. Sono due anni che sogno di dirgli quanto sia asceso al cielo, ai miei occhi, dopo il mockumentary “I’m Still Here” (fuori concorso a Venezia 2010). Una roba da brivido. Riesco a beccarlo qui e là ma non ad acchiapparlo per la manica né a baciargli le scarpe: il merlo va di fretta, e sempre strattonato dagli armadi della security. Le conferenze stampa sono in leggero ritardo rispetto alla scaletta: quella di The Master si rivela comunque uno spettacolo a cui vale la pena di assistere. Joaquin dà il bianco, non rispondendo a mezza domanda in modo diverso da “non lo so” e appizzandosi una sigaretta dopo l’altra, nell’indifferenza della legge italiana. Mi sorge il dubbio che il mockumentary “I’m Still Here” non fosse poi così mock: il nostro toso ha qualche turba sociale di quelle autentiche. E gli vogliamo bene così, sempre piùbbene.

Quella sera, in ottemperanza alle norme dell’antica arte dell’imbucamento, riesco ad infiltrarmi in area Lancia senza pass. È la prima volta in tutti questi anni. Posso confermarlo: l’area Lancia esiste, e fa discretamente tristezza. La piscina è meravigliosa ma nessuno la usa, forse perché nessuno ha il coraggio di smutandarsi per primo al bar e tuffarsi a bomba al grido di “GERONIMO!”. A posteriori avrei potuto farlo io, tanto, andiamo, mica mi ci avrebbero mai fatto rientrare comunque. Certe buone idee mi vengono sempre troppo tardi. *Sequestro* comunque un calice da champagne di quelli di plastica lussuosa. Giuro che la plastica può sembrare lussuosa.

 

 

Dopo aver abbandonato al loro destino la piscina e il Moët Chandon, mi precipito a vedere Bait 3D di Kimble Rendall, la vaccata di mezzanotte della serata. In Italia credo sia in procinto di uscire come “Shark 3D” e ve lo consiglio, se siete in vena di… beh… vi racconto la trama, va’. Uno tsunami intrappola un piccolo gruppo di persone in un supermercato insieme a un rapinatore pazzo, armato e omicida e a due squali bianchi di sei metri. Il gruppetto deve sopravvivere, tenuto conto anche del fatto che se i cavi elettrici pendenti dal soffitto toccano la stanza allagata friggono tutti. Insomma, avete capito il genere, e che genere. Degna di nota la recitazione del protagonista, Josh: non avevo mai visto sul grande schermo un cane del genere (almeno, non fino a “La bella addormentata” di Bellocchio, ma ne parleremo più avanti). Piccolo dettaglio trash: circa a metà film la proiezione salta. Esatto. Proprio succede come all’UCI cinema. Dopo una pausa di cinque minuti il film riprendere. Da circa venti minuti prima della scena interrotta. Esatto. Proprio come succede all’UCI cinema.

Certe cose solo a mezzanotte in Sala Grande. O all’UCI cinema.

 

 


2 settembre


Al mattino finalmente anche noi poveri, pezzenti accreditati possiamo vedere il famoso The Master di Anderson. Giudizi contrastanti tra le fanciulle di Quattro Fontane, a me il film è piaciuto molto, pur nella sua formalità e freddezza. Philip Seymour Hoffman e Phoenix sono bravissimi (e verranno premiati con una meritata coppa Volpi pari merito) e il rapporto platonicamente omosessuale dei loro personaggi è sceneggiato molto bene. Un modo originale di raccontare l’affiliazione a una setta attraverso una storia di amore e fascinazione sui generi. Ciò detto, se sono vere le voci sul fatto che la giuria del festival volesse attribuire al film sia i due leoni che la Volpi, beh, figlioli, mi sembra che stiate esagerando un pochino. Bello è bello eh, nulla da dire. Ma non è che stiamo parlando di Truffaut. Fatevi un goccetto e calmatevi.

 

 

Nel pomeriggio, un Fassbender redivivo in sordina compare al Lido per consegnare il premio di Your Film Festival. Una nostra amica lo becca in area Disaronno alle sei del pomeriggio, già ben instradato sul lungo cammino della ciucca euforica. Il lupo perde il pelo ma non il whisky. Un pensiero reverente corre all’anno scorso e ai festeggiamenti all’Excelsior successivi alla sua coppa Volpi, dalla vostra eroina ricordati con affetto ed empatia. Fassbender che si regge a te per non cadere è una di quelle cose difficili da rimuovere.

Nel pomeriggio andiamo a vedere Fill the Void di Rama Burshtein. Riesco solo a descriverlo come una specie di “Orgoglio e pregiudizio” ebraico. In estrema sintesi, una ragazzina della Tel Aviv buona deve sposare per volere della famiglia suo cognato rimasto vedovo con un bambino. Orrore & raccapriccio. La protagonista ha vinto la coppa Volpi, e in sala stampa l’ultimo giorno all’annunciazione del premio è esploso un grande “perché?”.

A me e alle mie amiche piace vivere pericolosamente, quindi ci ostiniamo a mettere alla prova la conclamata antiaderenza delle nostre padelle con una frittata serale. Vedremo in seguito come il proseguire su questa china, più avanti, ci porterà alla sconfitta culinaria.

Alle dieci andiamo alla prima di Love is all you need di Susanne Bier, con Pierce Brosnan. Pierce Brosnan quest’anno se la batte per il premio fior di Loto, da noi attribuito come da tradizione al più sciccoso e composto del festivàl. Come vedremo, però, non sarà lui ad aggiudicarsi l’ambito riconoscimento che già fu di Colin Firth e Takashi Miike. Nonostante l’aplomb dell’ex 007, il film è quanto di più lontano dai gusti della vostra affezionata si possa immaginare. Visualizzate un’Italia da cartolina in cui pomiciano tutti. Visualizzate una coppia di giovani fidanzatini alle prese con l’organizzazione del loro matrimonio in un agrumeto di località stereotipata e non meglio precisata del sud. Visualizzate brillanti e simpatici equivoci e gap culturali e sociali tra le loro famiglie. E ora metteteci che alla fine lui si scopre gay ma tutto finisce comunque a canestrelli & spumante per lo sbocciare dell’amore tra il babbo di lui e la mamma di lei, in lotta contro il cancro. Ok, potete pure tornare dalla vomitata, ho finito. L’insulina ve l’ho lasciata sul comodino.

La nostra nottata si conclude con un’avventura alla ricerca disperata di uno spritz. Il bar del Movie Village ha già chiuso e noi fanciulle veniamo trascinate dal signorecoibaffi del bar del casinò al nuovo locale all’aperto che ha in parte ricoperto il buco-cantiere. Ora, dovete immaginare qualcosa di tamarro, e poi moltiplicarlo per cento. Nella fantasia di Barbera gli accreditati si divertono un casino, dopo mezzanotte, con la musica disco a palla su un prato finto coi tavolini bianchi. La fantasia di Barbera, in questo senso, fa acqua (Ah. Ah. Ah. Ch-ch-boom). Sul prato finto c’è un rinoceronte bianco. Che forse è un po’ il simbolo di questa edizione della mostra, o forse no. Comunque è un’immagine abbastanza onirica da meritare uno scatto, a maggior ragione se lo visualizzate in mezzo al tunz-tunz e alle luci da discoteca.

 

 


3 settembre


Quando si preferisce andare a fare la spesa al Billa piuttosto che vedere il nuovo film di Malick, come abbiamo fatto io e la Susanna la mattina del 3, vuol dire che o Malick o io e la Susanna dobbiamo porci qualche domanda. Comunque, tutto ciò per poi finire a mangiare insalata a pranzo, e ho detto tutto. Al Lido nel frattempo si scatena il diluvio universale. Il Lido è un po’ come l’Irlanda, che il tempo cambia ogni cinque minuti, dalla tormenta di neve all’anticiclone africano.

Outrage Beyond, il film di Kitano, mi viene un po’ rovinato dal postaccio in platea, con colosso tattico davanti che mi impedisce la lettura del sottotitolo senza manovre acrobatiche. Sarà questo, sarà che basta yakuza movies, ma non mi entusiasma come dovrebbe, a parte un paio di sequenze. O forse è che ho troppo Miike nel cuore. Non lo so. È stata dura. Disconnect di Rubin invece m’è piaciuto senza remore, nonostante non sia una patita del film-corale-con-le-microstorie-che-si-intrecciano. Un filo rosso (il web) che in realtà è una scusa per raccontare dinamiche sociali indipendenti dai media su cui viaggiano. Efficace e ben girato, con un momento poco rilassato verso la fine e qualche eco di “Le regole dell’attrazione”. Entrando in sala Barbera, in piedi tra i due controlli biglietti, sorride a tutto il pubblico di passaggio. Azzardo un buonasera. Risponde un buonasera caloroso che nemmeno la famiglia degli orsetti a Riccioli d’Oro. In quel momento, decido: è lui il George Clooney de noatri. È lui, e solo lui, il premio Fior di Loto 2012.

 

 

Dal 3 settembre, con l’entrata nella fase “calda” del festival, comincio a sentire al bar del casinò i discorsi deliranti di critici frustrati davanti al cappuccino, che cercano di sovrastarsi l’un l’altro in cazzate interpretative e paroloni. Roba che li vorresti prendere tutti a schiaffi. Ne ho fatto una parodia nel contributo video finale.

4 settembre


Après Mai  di Assays, proiettato in Palabiennale al mattino, mette di pessimo umore via Quattro Fontane al completo. Sappiamo che a molti di voi là fuori è piaciuto, almeno a quanto ci raccontano i giornalisti, ma come si fa, come. Che muffa, sto sessantotto francese noioso e intellettualoide. Mereghetti grida al miracolo. Noi gridiamo “buu” a Mereghetti.

Nel pomeriggio ci buttiamo curiose su Pieta di Kim Ki-duk, il film che avrebbe poi vinto il leone d’oro, anche se a quanto ci raccontano come “ripiego” rispetto al già pluripremiato “The Master”. Personalmente mi ha ricordato un po’ “Lady Vendetta” ma è bello, teso, ben recitato. Anche se provo una certa compassione per tutti gli anziani presenti in sala, non abituati a un certo tipo di cinema asiatico e francamente provati dalla visione di arti spezzati, presunti incesti e corpi congelati. Una signora accanto a me perde toni su toni di colore stringendo la mano al marito e mormorando a tratti “ma è veramente sadico…”. Sul finale, che non vi svelo, ha proprio un calo di comprensione narrativa, e azzarda una sua interpretazione incoerente. Esce dalla sala in stato confusionale, più vicina di un passo alla demenza senile. Ecco, questo mi ha rattristato. Come mi ha rattristato che la stampa presente al Lido, non giustificabile su basi anagrafiche, abbia bollato “Pieta” come film ultraviolento e shockante. Ma avete idea di cosa combinano abitualmente in Corea e in Giappone sul grande schermo? Lingue tagliate, unghie che saltano, corpi appesi al soffitto con ganci tipo quarti di manzo. Buongiorno, Italia, tornatene a vedere Muccino se “Pieta” ti sconvolge.

 

 

A seguire tocca a Linhas de Wellington di Valeria Sarmiento (inciso: apprezzo particolarmente che un film del genere sia stato girato da una regista donna). Mi è piaciuto un sacco: è un bel film storico di ampio respiro, corale, sulla parte di guerra tra Napoleone e gli inglesi che ha avuto come teatro il Portogallo. Era in concorso e mi è dispiaciuto che non sia stato premiato almeno per la sceneggiatura, visto che da quanto ho capito era una sceneggiatura originale, classica e ben scritta. Anche molto interessante perché la vicenda storica è seguita da una prospettiva portoghese che per me era del tutto nuova. Wellington ci ha regalato anche la presenza maschile più affascinante della mostra, a gusto della vostra timida eroina: nei panni di un tenente portoghese c’è un giovane attore misconosciuto che porta il buffo nome di Carloto Cotta. Esportatelo, non tenetevelo tutto in Portogallo, che è bravo e bello ch’è un piacere. Ragazze, scatenate Google immagini e tenete un barattolo di nutella a portata di mano. Dal vivo ha la luce dietro tipo arcangelo.

5 settembre


Abbiamo già ampiamente messo alla prova l’antiaderenza delle nostre padelle, ma non siamo ancora soddisfatte. Così, per non buttare via del latte in scadenza che sta già prendendo vita, proviamo a fare addirittura delle crepe. Nonostante una quantità di burro che sarebbe bastata se non a sfamare quantomeno a ungere tutta l’Africa, la nostra pastella non vuole saperne di staccarsi dal fondo. Non è che indugio sui particolari culinari così a caso. Voglio solo dimostrare ai miei parenti, che salutiamo, il nostro rinnovato impegno alimentare: mica come l’anno scorso che s’andava avanti a quattro salti in padella. Il 5 comunque passiamo il tradizionale pomeriggio a Venezia alla ricerca del famoso negozietto Apple Records.

 

 

Non mi compro souvenir (anche se ho perso il cuore su una lampada di Yellow Submarine) perché quest’anno so che mi porterò a casa un souvenir permanente: io e la mia socia Francesca ci siamo fatte un tatuaggio al Lido. Nel contributo video potete vederci in sala d’attesa mentre aspettiamo che finisca il cliente precedente. Siamo state tatuate al ritmo delle Nozze di Figaro e non ascolteremo mai più Mozart con le stesse orecchie. Scherzi a parte, vi consiglio di cuore Mano, il tatuatore di via Gallo al Lido di Venezia, se siete di quelle parti. È bravissimo, professionale e molto preciso, ci ha fatto delle piccole opere d’arte. Tornando a Venezia: ho fotografato questo orsetto di pelouche impiccato su un canale. Non so se sia opera della biennale arte o di un serial killer, comunque meritava documentazione.

 

 

Al nostro ritorno veniamo accolte da un drappello di cattolici pazzi in lungomare Marconi, che protestano contro il film di Bellocchio sul caso Englaro con cartelli tipo “no aborto, no convivenza, no divorzio”. Aggiungerei: “no elettricità, no acqua corrente, no ruota”.

Alla sera vediamo Spring Breakers di Korine: confesso che nel pomeriggio siamo scappate dal Lido anche per evitare l’orda barbara di bimbeminkia appostate per Selena Gomez e consorte. Ci hanno raccontato cose che voi umani non potete immaginare su bambine che scavalcano le transenne precipitando, spero, in laguna. Per un attimo siamo tentate di abbandonarci al cinismo e vendere a caro prezzo i nostri biglietti alle fan girl urlanti appostate fuori dalla Sala Grande, poi ci mettiamo una mano sul cuore e entriamo al cinema. Per fortuna. Perché “Spring Breakers”, pur essendo orrendo, ci regala la migliore interpretazione e la migliore scena cult di tutto il festival. James Franco nei panni del gangsta-rapper è indimenticabile, e quando improvvisa al piano “Everytime” di Britney Spears mentre le tipelle in passamontagna rosa ballano ho fatto partire io stessa l’applauso in sala. E ne vado fiera. Non potrete capire finché non la vedrete, ci è stato impossibile smettere di ridere per le due ore successive. James si è fatto perdonare “Sal” dell’anno scorso. James è un grande. James è il figlio gay che tutte noi vorremmo avere, se mai si decidesse a fare un outing (James, James, a chi vuoi darla a bere, amore mio?). James è anche il mio personale premio “cuore di mamma” (che gli scorsi anni fu di Vincent Gallo e di Emile Hirsch), perché mi intenerisce da morire il fatto che abbia sempre un sonno del Dio. Lo vedi proprio dagli occhietti, che se ne andrebbe a dormire in qualsiasi momento. All’uscita dalla sala mi sono limitata a fargli un pollice su, cercando di comunicare in maniera non verbale “ti ho perdonato Sal”. Lui mi ha risposto con un altro pollice su e un sorriso grato, mi piace pensare che intendesse dire “non farò mai più un altro film da regista, giuro”.

 

 

Ah, ci tengo a dire che la mia vicina di posto in sala era la ragazza fisiognomicamente più insopportabile della storia. Mamma mia che faccia da stronza. Ci ho combattuto una guerra di gomiti sul bracciolo per tutto il film, così, per principio. Se stai leggendo, sappi che hai proprio una gran faccia da stronza, non ci puoi fare un bel niente.

 


6 settembre


Al mattino recuperiamo Bella addormentata di Bellocchio in Palabiennale e col senno di poi c’è da dire che l’unico motivo di indignazione per i cattolici poteva essere la recitazione della maggior parte degli attori protagonisti. Mamma mia che cani mostruosi. Livelli ineguagliabili, roba da abbatterli sul posto. Uno di loro ha pure vinto il premio Mastroianni, non era il peggiore, certo, ma comunque.

Il 6 è il gran giorno della premiere di Robert Redford regista: sin dal mattino inizio a ricevere pressioni psicologiche da parte di mio padre, che vuole un autografo. Messaggi sottili tra le righe, velate minacce. Fallisco comunque: Redford è inavvicinabile. Giuro di averci provato. E vorrei lanciare un appello a Robert Redford, se mai leggerà qualcuno che lo conosce: Bobby, sei un nonno meraviglioso, elegantissimo, grande attore, in gioventù uno degli uomini più belli del mondo, pietra miliare blabla, ci piaci ancora un sacco. Ma per l’amore del cielo, la tinta bicolore abbandonala, che sembri Gianni Morandi con la ricrescita. Sono sicura che un total-white ti donerebbe molto.

La sera, grande mystero all’Excelsior: le poltrone e i divani nuovi spariscono dalla hall. Così, senza motivo, puff. In compenso, sono protagonista di una grande soddisfazione: vengo riconosciuta tipo vip da un ragazzo. “Ehi ma tu sei Sara Boero? Quella del blog? Lo seguo sempre!”. Grazie, se stai leggendo, per questo momento magico in cui mi sono sentita famosissima. A Genova ti capita solo quando devono chiederti dei soldi (luoghi comuni mode on).

 

 

Alle dieci in Sala Grande vediamo La cinquième saison di Woodworth e Brosens: per citare la Susi, “certe cose dovrebbero essere illegali”. Questo lungometraggio pittorico sullo sfaldamento del tessuto sociale di una piccola realtà contadina in seguito a un anno meteorologicamente anomalo vince l’annuale Che Due Cojoni Award, attribuito all’unanimità da via delle Quattro Fontane al completo. Non si può. Non si può proprio. E a chi ora mi dice “bella fotografia però!” tiro una ciabatta.

 


7 settembre

 

Stamattina si dorme. Non ce la facciamo più, con le proiezioni del mattino. Anche i pasti stanno lentamente slittando verso l’irregolarità: ammetto che l’ultima spesa fatta è prevalentemente a base di pizza surgelata. Nel pomeriggio, in solitaria, vado a recuperare The company you keep di Redford: a mio papà piacerà un sacco. È gradevole e ben fatto, anche se ho tossicchiato imbarazzata ad un certo punto quando Redford, che interpreta un ex terrorista vissuto per trent’anni sotto falso nome, dichiara convinto: “sono stato più a lungo sotto copertura che con la mia vera identità!”. Pfff. Fate due conti. Il suo personaggio ha meno di sessant’anni, eh? Sì, Robert. Sì.

 

 

La sera si va tutte insieme a vedere Un giorno speciale di Francesca Comencini. Si entra in sala con aspettative bassissime, e quando dico bassissime intendo: tarate sugli standard della Comencini sorella. E invece a sorpresa ve lo consiglio. È un film pulito, ben girato, ben recitato (molto bravo il protagonista, che è lo stesso attore di “Scialla”), che sul finale non scade nel buonismo. Inutile dire che è stato stroncato a priori da tutti quelli che non lo hanno visto. Che rabbia, i giornalisti, quest’anno, ragazzi. Non riesco proprio ad esprimere quanto mi abbiano fatta incazzare. Che ci vuole a stroncare un film? Quanto è disonesto stroncare un film in realtà carino solo per sentirti parte di quelli che storcono il naso? Quanto sono sfigati da uno a mille?

Nel frattempo le feste all’Excelsior, in area Disaronno e nel temutissimo locale tamarro all’aperto proseguono a violenza moderata.

8 settembre

 

Caro Brian De Palma, ci sarei venuta volentieri a vedere Passion in Palabiennale, ma avevo troppo sonno. Passo e chiudo. La giornata per me incomincia direttamente in sala stampa con le premiazioni: la cerimonia è un po’ in ritardo, la stanza come sempre è stipata di gente puzzolente. Non so perché tirino fuori i ciccioni puzzolenti proprio l’ultimo giorno, ma è così. Chissà dove li tengono durante il resto della mostra. E chissà soprattutto perché li mettono a piede libero alla fine, in una nuvola all’afrore di tramezzino rancido e piedi di gnomo. E chissà perché una volta rilasciati sentono il bisogno di commentare a voce alta qualsiasi scelta della giuria. Comunque: premiazioni parzialmente soddisfacenti. Per tutti tranne che per Philip Seymour Hoffman, che perde otto chili salendo e scendendo dal palco tre volte, tra premi suoi e non e papere in diretta.

 

 

L’ultimo film di questa mostra per me e le ragazze è L’Homme qui rit di Améris, tratto dal romanzo di Hugo. E si chiude in bellezza perché il film ci piace un sacco, accidenti ad Améris. Piace un sacco a tutte le donne in sala anche il protagonista, con un ridicolo nome francese doppio che non ricordo. Gli sfregi in faccia gli donano. Quando all’uscita scopriamo che è pelato e coi baffi ci prendiamo un po’ male.

 

 

La festa di chiusura all’Excelsior è tamarra come al solito, ma un po’ più sobria dello scorso anno. Il motivo è semplice: niente rum gratis al bar di sotto. Braccini corti, quest’anno. Eh, Barbera, Barbera…

E con la tradizionale chiosa: “questo è tutto ciò che per ora può essere raccontato” vi saluto calorosamente, ci vediamo al prossimo festival della porchetta.

 


AH, ASPETTATE! Voilà le videò.

 

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