L’importanza di chiamarsi Cucciolo

L’estate precedente ai miei sei anni nei giardinetti di Villa Scassi montano una capannina di assi tonde orizzontali alta circa due metri. I bambini ci si arrampicano sopra e si mettono a cavalcioni della cima, giocando poi a passare dall’altra parte e lasciarsi scivolare giù. Le mamme smadonnano preoccupate, pregandoli di non fare i matti, di tenersi al bordo, di essere prudenti quando scendono. Io sono l’unica bambina a cagarsi addosso all’idea di arrampicarsi là in cima, e mia mamma è l’unica mamma a incitarmi a farlo. Mi rivedo coi codini rossi, pappamolle con le ginocchiette sbucciate e il moccio al naso, appesa in equilibrio precario alla terza asse che dico “ma io non voglio salire su! Voglio andare a vedere i pesciolini! Voglio che leggiamo un libro!”.

Rivedo mia madre che si arrampica dall’altro lato della capannina, abbastanza in alto da spuntare oltre la cima con la testa e le spalle. Mi sembra lontanissima, gigantesca, irraggiungibile. Si sporge verso di me coi capelli a cascata oltre le guance, mi tende la sua bella mano curata, con le unghie lunghe. Un po’ mi sfotte un po’ mi incoraggia. Salgo altre due assi ma mi tremano le gambe. “Io sono Biancaneve, tu sei Cucciolo. Vieni a darmi un bacino!”. L’essere così orgogliosa di lei, del fatto che sia Biancaneve, del fatto che sia l’unica mamma ad arrampicarsi sulla capannina nonostante le zeppe, del fatto che sia la mamma più bella in circolazione, coi capelli lunghi e castani, gli occhioni scuri truccati e gli zigomi alti, mi fa sentire ancora più una mezza pippa. Io e i miei codini. Voglio essere bella e coraggiosa come lei e mi decido ad affrontare la scalata della capannina, non prima di essermi guardata intorno cercando testimoni oculari e pensando: “avete visto tutti, è colpa sua, se muoio è colpa sua eh”. Scivolo un paio di volte sulla punta di gomma delle Lelly Kelly a strappo. Credo di averci messo almeno mezz’ora ad arrivare abbastanza in alto da dare un bacino a mia madre, e lei è rimasta lì ad aspettare. Sul finale era annoiata mi sa, ma ha resistito in punta di zeppa. Appena mi appendo con le mani al bordo superiore tira un sospiro di sollievo e scende dicendo “brava, visto che ce l’hai fatta?”. “Mamma? Dove vai? Che fai, mi lasci qui in cima da sola?”. Si mette a ridere: “dai paperotta, che ora non hai più paura… se ti lasci scivoli giù e non ti fai male. Oppure puoi provare a scavalcare e scendere da questo lato!”. Forse è un test per vedere se sono ancora una pappamolla. Lo sono? Beh, per quel giorno sì. Mi sono lasciata scivolare.

Ma da allora la capannina è diventata il mio gioco preferito di tutta la villa e ho passato i quattro anni successivi a farci le acrobazie sopra. Penso che toccare la cima di quell’affare sia stato il primo momento di gloria della mia vita, di quelli da colonna sonora di Vangelis e slow-motion. L’effetto collaterale è che ogni volta che sto per compiere un passo importante di cui ho paura mi ripeto istintivamente “io sono Biancaneve, tu sei Cucciolo!”. E vi garantisco che ammazza molto pathos a qualsiasi cosa.

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