11 settembre di tanti anni fa

Mi è tornato in mente tutto. Così, all’improvviso. Stavo leggendo un romanzo in cui a un certo punto viene nominato l’11 settembre 2001, e mi è tornato in mente tutto. La copertina dell’Espresso con le torri, e quella della settimana immediatamente precedente: Anna Falchi con un pancione finto, in costume intero rosso, e una piadina romagnola in mano. Qualcosa sulla nutrizione. Era quella la cover story, fino a qualche giorno prima. Ce l’ho ancora davanti agli occhi, la rivista, in bagno, appoggiata sulla lettiera del gatto Noir. E poi, la copertina delle torri, e Anna Falchi nel sacchetto della differenziata.

Io e mio fratello in salotto, sul divano, incollati davanti alla TV accesa, incollati l’uno all’altro a sudare in quella giornata calda che sembrava ancora luglio, ammutoliti, gli occhi lucidi. Mio fratello che si porta la mano destra a coprirsi la bocca quando la prima torre è crollata, e riesce a dire solo “Madonna”. Mia madre in cucina che lava i vetri, e anche lei smadonna, perché non le stiamo dando una mano: non ha capito. Abbiamo provato a dirle di mollare i vetri e venire a guardare la TV ma non ha capito, è probabile che non siamo riusciti a spiegarci. Neanche noi capivamo. La telefonata di mio padre dal lavoro, tra il primo e il secondo aereo: “state guardando il telegiornale? Cosa sta succedendo? Mi hanno detto che è successo un casino a New York”. E noi che non riusciamo a spiegarci perché non lo sappiamo.

Stavamo guardando qualcosa in TV. Forse i Simpson. Non me lo ricordo. Ricordo l’edizione straordinaria che interrompe il nostro programma, la prima torre in fiamme. Pensavamo che fosse un incidente all’inizio. Il secondo schianto è stato veramente terribile. Un dolore fisico.

Avevo appena finito di leggere “Fahrenheit451”, quel libro per me è rimasto così importante perché ho visto il finale diventare realtà. Ho immaginato Mildred, bloccata in un ufficio dell’ultimo piano, in overdose di pillole. Ignara del resto del mondo, che la odiava. Che le scagliava contro due Boeing 767. Ho avuto paura. Di essere Mildred.

Avevo 15 anni e ho capito che stavo guardando qualcosa che avrei raccontato ai miei figli.

Quel pomeriggio ha influenzato le mie scelte di vita successive più di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Il mio approccio allo studio, il percorso universitario, le letture, i rapporti. Tante cose che ho fatto o non ho fatto sono riconducibili a quell’11 settembre 2001. Tante paure, tanti desideri.

Mi è tornata in mente una sera di un paio d’anni dopo, nel soppalco del pub sotto casa, con il mio fidanzato di allora. Entusiasti, inseparabili, a condividere i nostri ricordi davanti a una media chiara e a giurarci sul nostro amore (scontato ed eterno, ça va sans dire) che avremmo cambiato il mondo insieme. A 18 anni tutto ti sembra possibile da solo, figuriamoci in due. In due spacchi l’universo.

Quando ci siamo lasciati non eravamo nemmeno laureati e abbiamo avuto il tempo di cambiare ben poco, a parte qualche taglio di capelli. Oggi siamo amici, e se potessimo rivedere un video di quella sera rideremmo di noi stessi. Con affetto, ma senza pietà.

L’unica cosa positiva è che a quasi 11 anni di distanza il ricordo di Anna Falchi con pancione e piadina e costume rosso mi ha ferito.

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