Ve ne consiglio uno

Ho finito adesso adesso “Inchiostro antipatico” di Paolo Bianchi, e visto che qua sembra che sto tutto il giorno a cincischiare ma non parlo mai di libri vi attacco una pezza su questo, oh.

 

Il sottotitolo recita “manuale di dissuasione dalla scrittura creativa” (ed è abbastanza sincero). Ti racconta sinteticamente, dal punto di vista di uno che ‘ste cose le sa e preferiva non saperle grazie, quello che dovresti conoscere del mondo dell’editoria tu spincherlo vecchio o giovane che vuole pubblicare. E ti incoraggia a non farlo. Ma non sarcasticamente/provocatoriamente, eh. Ti incoraggia a non farlo SUL SERIO, cercando di farti riflettere su alcuni dati.

 

 

E’ un libro che parla di editoria a pagamento, narcisismo autoriale, ambizioni frustrate e casi umani del magico mondo della letteratura contemporanea. Lo fa in modo ironico e brillante ma riuscendo comunque, intenzionalmente, a deprimerti. Ve lo consiglio tanto tanto. Se l’intelligenza fosse di casa nelle scuole di scrittura creativa che non ho mai frequentato, questo libro lo adotterebbero come testo di studio, e sì che sarebbe una bella provocazione.

 

Io non ho proprio alcun diritto di deprimermi in realtà perché sono fortunata. Sono passati più di dieci anni da quando semino frattaglie di me in libreria, conosco le abiezioni di cui parla “Inchiostro antipatico” e ne ho vissuto solo una piccolissima parte. Mi è andata sempre liscia. Il pensiero di vivere di scrittura è una crassa risata ma ho quello che voglio, e grossi stronzi non ne ho mai incontrati, anzi, mi piacciono molto buona parte delle persone che ho conosciuto in questi dieci anni. Editor, bibliotecari, organizzatori di festival culturali, scrittori, librai, insegnanti, una sequela quasi ininterrotta di bei ricordi e pochi episodi grotteschi. Non riesco a spiegarmelo se non considerando che ho un gran culo.

 

Però un po’ “Inchiostro antipatico” mi tocca comunque: perché ti prende male pensare che tra poco ci saranno più scrittori che lettori. Perché non ci posso credere che nelle statistiche editoriali venga considerato “lettore forte” chi legge dieci libri l’anno (EH? Chi ne legge cento cos’è, Superman? Golden Member? Premio Autismo?). E perché so cosa vuol dire vedere un tuo libro sparire per fare posto sullo scaffale di una libreria a venti copie di un manuale di ricette. Posso portarle anch’io, delle testimonianze di frustrazione. Posso dirvi anch’io: fatevi un favore, non provateci.

 

Posso anche dirvi che però non c’è solo questo. Che ci sono persone che leggono, persone che amano i libri, persone che ne scrivono e pure bene ma che restano umili e non si considerano dei cazzo di geni incompresi se il loro Capolavoro non viene pubblicato. Ne scrivono un altro e via. Vi racconto un mio ricordo di un tot di anni fa, una quindicina credo. Spero che sia esatto, a me era rimasto impresso come lo dico a voi. Lele Luzzati, il grande scenografo e disegnatore genovese, aveva preparato per Natale un presepe (mi pare di cartapesta) da esporre in qualche spazio del Comune. Bene, una notte dei ladri degni di una commedia becera italiana hanno rubato Gesùbambino. Gli hanno fatto una foto con il Secolo decimonono il giorno successivo chiedendo un riscatto (che delizioso provincialismo, il dettaglio della testata locale). L’opinione pubblica genovese s’è scandalizzata e stizzita, pareri diversi su che fare per recuperare l’Opera del Maestro ecc. Qualcuno ha ben pensato di chiedere a lui, l’Artista, di commentare la notizia. Luzzati ha risposto, serafico, angelico: “che problema c’è, ne faccio un altro”. E’ esattamente questo il punto per me. Che si parli di libri o di gesùbambinidicartapesta. Non so se ho reso l’idea.

 

In conclusione, per favore, smentiamo almeno un po’ “Inchiostro simpatico”: amici aspiranti scrittori, posate un secondo la penna e andatevelo a comprare per leggerlo. Un libro in meno scritto, un libro in più letto. Vittoria. 

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