Ok, lo dico

Io vi devo fare una confessione spaventosa.

Allora, come è possibile che sappiate se seguite questo blog, lo scorso anno è uscito “La teoria del caos”, il mio primo romanzo per adulti. È una storia d’amore, va là. Tra una dottoressa e uno uomo schizofrenico. Ma in mezzo c’è un po’ di tutto, eccetera, non ve lo racconto che non sono capace. Non c’è niente di più ingrato che raccontare il proprio stesso libro.

Bene, appena è stato pubblicato mi sono arrivate recensioni, pareri di lettori, e tutte quelle cose che ti gratificano, imbarazzano, sorprendono, feriscono a morte, esaltano e via dicendo quando un intimo e delicato pezzettino di te è in vendita a una decina di euro su uno scaffale di ogni Feltrinelli.

Molti di questi lettori, recensori, amici, blogger, opinionisti, passanti, nonne, ex fidanzati che mi hanno detto la loro su “La teoria del caos” lo hanno paragonato al benpiùfamoso “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Io ho annuito impotente per mesi e mesi. La battuta che mi veniva rivolta, a seconda dei gusti e delle opinioni dell’interlocutore, di volta in volta poteva assomigliare alle seguenti:

– Che forte, qui e qui mi ha ricordato un po’ “La solitudine dei numeri primi”, sai?

Atteggiamento neutrale.

– E’ un omaggio alla “Solitudine dei numeri primi” questa parte?

Atteggiamento del collega.

– Beh, è come se il tuo libro fosse sul genere “La solitudine dei numeri primi” ma scritto bene e con personaggi fighi.

Atteggiamento entusiasta.

– No, non mi piace per niente, è la brutta copia carbone di “La solitudine dei numeri primi”.

Atteggiamento disfattista.

– Trovo vergognoso l’agganciarsi al filonechevadimoda di “La solitudine dei numeri primi”, non è per niente originale.

Atteggiamento editorialcomplottista.

La cosa triste è che se questa interazione avveniva dal vivo, dopo aver impotentemente annuito, rispondevo sempre allo stesso modo. Un timido, abbozzato, incerto, vergognoso: “… trovi? Che buffo, io lasolitudinedeinumeriprimi non l’ho mai letto né visto il film né so di cosa stai parlando…”.

Il che, la sessantesima volta che lo ripeti, fa un po’ ridere, perché alla fine volente o nolente finisci per apprendere la trama della solitudinedeinumeriprimi dai tuoi recensori senza averlo mai aperto. E ti viene la voglia malsana di metterti a contattare, uno per uno, tutti gli appartenenti sconosciuti alle categorie 4 e 5 delle opinioni di cui sopra per spiegare con tono tronfio e aggressivo che:

EHI AMICO IO QUEL LIBRO NON L’HO MAI LETTO, E IL MIO LIBRO L’HO SCRITTO QUANDO ANCORA QUELL’ALTRO NON ERA USCITO. Quante ne sai, eh?

Poi ti ricordi che hai più di 5 anni e lasci perdere.

Bene, tutto questo cappello introduttivo per arrivare al nocciolo del post: è un puro caso il fatto che io non abbia scopiazzato da “La solitudine dei numeri primi”. Cioè, quello che intendo dire è che gli scrittori scopiazzano. Sempre. Non fanno altro tutto il giorno. Rubano, prendono, rimaneggiano, e voilà. Non si inventa niente, si crea semplicemente un patchwork di quello che ci è rimasto sulla pelle. Ogni libro è un Frankenstein di tot altri libri, dalla notte dei tempi. E di tot esperienzedivita e di tot frasicheuntuoamicohadetto. È un po’ sfigato chi crede che gli scrittori abbiano tipo un uccellino ispiratore sulla spalla che detta loro cose fresche e nuove, e senza contaminazioni.

E adesso vi dico anche da dove ne è uscita la prima idea per “La teoria del caos”, per dimostrarvi in maniera pratica che uno scopiazzo esiste sempre e che nel mio caso, disgraziatamente, non si trattò di lasolitudinedeinumeriprimi.

Nella raccolta “Il muro” di Sartre c’è un racconto breve che mi piace da morire e si chiama “La camera”. Parla di una moglie che vede il marito impazzire, e continua comunque a volerlo accanto. La famiglia di lei fa di tutto perché lo lasci, il padre di scandalizza quando scopre che nonostante la condizione mentale di lui i due fanno ancora sesso.

E lei invece se lo tiene. Anzi, le sta sulle palle l’idea che tra loro la pazzia stia alzando un muro e fa di tutto per abbatterlo, arrivando a desiderare morbosamente di avere le sue stesse allucinazioni per rimanergli più vicina. Sono poche pagine straordinarie, che parlano di amore in un modo disperato e spiazzante. Dal concetto di questo tipo di amore sui generi è partita “La teoria del caos”.

Oh, non lo so, magari “Il muro” l’ha letto pure Paolo Giordano.

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