Metaforicamente parlando

È un fatto ormai scientificamente accertato che non vi sia alcun equilibrio nella dotazione personale di capacità astrattive del genere umano. Il mondo si divide in parti uguali tra coloro che se dici anche solo un abusatissimo “fa così freddo che ci sono i pinguini!” si guardano intorno curiosamente chiedendo “dove?” e coloro che interpretano la frase “vado a bermi un bicchiere d’acqua” come “sento la grave mancanza di qualcosa e per spegnere questo incendio di dolore che provo dentro annego il mio dispiacere in un sorso di vita”.

Pare, e dico pare, che appartengano più spesso alla prima categoria gli esponenti del genere maschile, mentre che la seconda sia appannaggio di quello femminile. Io su questo non posso dare conferme o smentite perché, come tutti quelli che mi conoscono sanno, ho un handicap sociale gravissimo (mi riferisco ovviamente al non capire i reali pensieri degli altri). Passo per una persona sensibilissima e affettuosissima perché quando ho l’impressione anche vaga che qualcuno sia giù mi precipito a raccoglierlo tra le mie forti braccia e a indagare sul suo stato d’animo. Questo non perché io abbia un magico radar empatico. Anzi, tutto il contrario. Faccio come i sordi, che non sentono una battuta e ridono più forte degli altri per non essere costretti a farsela ripetere. Agisco di conseguenza a sospetti per dissimulare una totale mancanza di certezze. E non lo faccio perché sono distratta o non mi interesso o non osservo, so che è una cosa difficile da capire. Lo Stato dovrebbe passarmi un cane per ciechi emotivi.

Tornando al topic, la questione metafore mi è venuta in mente un paio di giorni fa, nel corso di una serata alcolica milanese, quando una mia amica mi ha fatto fare fragorose risate iniziando a “tradurmi simultaneamente”, se capite cosa intendo. Gli esempi sono irripetibili, ma poniamo io facevo una considerazione e lei la ripeteva modificandola in ciò che realmente-intendevo-dire. Era divertente perché ci acchiappava.

L’empasse di questo stato di cose, cioè, della presenza di personalità letterali e di personalità metaforiche, è che ogni frase può assumere almeno due significati (spesso di segno opposto). Se poi aggiungiamo la possibilità di usare il sarcasmo, concesso a ciascuno di noi in misura diversa, si delinea un quadro di incomunicabilità tra gli esseri umani a dir poco drammatico. Io accuso parecchio questa ambiguità, sia in entrata che in uscita. Cioè, è matematico che se dico una cosa seriamente il mio interlocutore penserà che è un’iperbole o che sto scherzando, mentre se faccio una battuta o uso una metafora prenderà le mie parole come oro colato. Come spesso capita che io fraintenda quello che mi viene detto.

Non è che questo mi succeda con tutti ovviamente, ci sono un sacco di persone con cui non succede. E le conosco da anni e anni e anni. Il che mi porta a pensare che posso smettere di sentirmi a disagio solo in compagnia di gente che mi conosce meglio del suo comodino e che io conosco meglio della di loro mamma. Visto che si tratta di un insieme piuttosto ristretto, credo che la strada migliore per relazionarmi con tutti gli altri sia mettere in atto dei piccoli esperimenti sociologici, del tipo passare una settimana parlando solo per metafore, una solo per battute, una dicendo la verità nuda e cruda, invece del solito minestrone.

Settimana delle iperboli (puntualmente fraintese come verità):

– Sara usciamo stasera?

– Sì, dai, sono due mesi che non esco!

– Due mesi? Che è successo? Hai avuto problemi di salute?

Settimana delle battute (puntualmente fraintese come metafore):

– Sara usciamo stasera?

– Mi accompagni a ballare la salsa?

– Cosa intendi dire…?

Settimana delle verità (puntualmente fraintese come sarcasmo):

– Sara usciamo stasera?

– Solo se non pretendi che io sia divertente.

– AHAH!

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